Renzi e Camusso, la politica per chi si sente solo
31 ottobre 2014 alle 10:48

Trovo questo articolo di Christian Raimo sul sito della rivista “Internazionale” (a questo link) a titolo Renzi e Camusso, la politica per chi si sente solo. È scritto molto bene e lo condivido, spiega secondo me in modo chiaro e abbastanza conciso alcuni nodi centrali delle modalità politiche che si stanno sviluppando in Italia.

 Guardate questi due video di qualche giorno fa. Il primo è l’intervento finale di Matteo Renzi alla Leopolda, il secondo è l’intervento finale di Susanna Camusso alla manifestazione della Cgil. Fatti a distanza di nemmeno venti ore l’uno dall’altro, dovrebbero presentarsi, in sintesi, per forma e sostanza, come i due discorsi di una sinistra di fatto spaccata tra due idee (due identità? due narrazioni?) molto lontane se non incommensurabili.

Partiamo dalla Leopolda. Il discorso di Renzi dura 53 minuti. È svolto a braccio, Renzi indossa la consueta camicia bianca e una cravatta blu, e parla da un podio. Il discorso conclusivo della Leopolda 2013 durava lo stesso più o meno (56 minuti), Renzi indossava anche lì la camicia bianca d’ordinanza ma senza cravatta, e parlando da un microfono vintage cominciava:

Stamattina si è consumato uno psicodramma. Parliamo con il microfono o mettiamo il podio? Perché se parliamo con il microfono, facciamo le conclusioni della Leopolda; se invece parliamo con il podio, facciamo un discorso pomposo, serio.

Il tono quindi, col podio, dovrebbe essere più adulto, e subito Renzi ci tiene a sottolineare che è vero, sì, bisogna prendersi sul serio; ma bisogna, chiosa, non smettere di divertirsi. Si fa sempre un po’ per scherzare, eh. Quindi imposta subito alla prima persona plurale, ripete: “Noi siamo qui, noi siamo qui, noi siamo qui”, come una sorta di grido maori, e poi entra nel discorso nominando “uno dei nostri che ha detto”, o definendo che “noi siamo quelli che”: il premier è uno della platea, quello che ha davanti è il suo popolo, questo noi è una comunità molto inclusiva, a cui si può aderire (“le porte del Pd sono aperte”) per osmosi emotiva prima che complicità ideale – la regola d’ingresso è più o meno l’ottimismo – se i nemici, come specificherà più volte, sono quelli che non ci credono, i disfattisti, i gufi. Se ci credi – non importa bene in cosa – sei uno della Leopolda.

Questa è di fatto l’unica mozione identitaria, ottimismo vs pessimismo, in un discorso che rivendica esplicitamente un’ideologia (“fare un discorso meno scherzoso del solito, ma più di contenuto, ma più di cornice ideologica, culturale, ideale”); l’unica mozione, insieme a quella simile che divide i nuovi dai vecchi. In definitiva non esiste altra distinzione.

L’appello chiave che invece Renzi ripete in apertura e in chiusura è un’espressione che sembra di tipo religioso/psicologico – non più la rottamazione, ma “sfatare i tabù” – e che in realtà è usata ormai solo in ambito sportivo (tipo: “Vincere in casa contro l’Inter è sfatare il tabù…”): l’afflato motivazionale è quello che coniuga la figura del sacerdote e quella del coach. La Leopolda è un rito d’iniziazione, ed è un ritiro precampionato – gli elementi che Baden-Powell era riuscito a mettere insieme per dare vita a quello strano ibrido comunitario che sono i boy scout.

Dopo i primi sei minuti utili a ribadire la liturgia, Renzi utilizza i restanti tre quarti d’ora per non dire sostanzialmente nulla. Ma la forza retorica con cui costruisce i discorsi è percussiva perché finisce con l’essere perennemente tautologica o evocativa. La quantità di frasi ovvie e l’enfasi profusa per avvalorare queste ovvietà nei suoi 53 minuti è incredibile: il paese va cambiato perché è il nostro compito, se siamo al governo non è per scaldare la seggiola, la politica estera è una cosa seria…

Renzi spesso, nei discorsi, nei libri, proclama cose semplici e lo fa proiettandosi verso una complessità che però non arriva mai. Ossia: butta lì come intercalare un “ora dico per semplificare”, “adesso la metto giù facile, ma poi…”. Ma questo poi, fateci caso, non esiste. Non c’è complessità nel mondo renziano, o meglio: è sempre presente ma solo in quanto evocata.

La sintesi critica della situazione politica globale la dà dal minuto 5.55:

Noi pensiamo che il mondo interconnesso sia un gran casino. Che il mondo interconnesso che è un gran casino non sia un problema per l’Italia ma una grande opportunità per l’Italia. Che l’Italia possa avere un futuro se ha il coraggio di cambiare se stessa. E per cambiare se stessa, occorre sfatare alcuni tabù, liberarsi di alcune paure… È tutto collegato questo ragionamento, l’analisi internazionale, il ruolo della comunicazione informatica e comunicativa che c’è stato, la possibilità per la politica di fare il suo mestiere, e quindi lo spazio che l’Italia ha nel mondo, in Europa e a casa propria per provare a fare le sue cose…

Che vuol dire? Il livello di analisi, qui come altrove, è quello di un tema scolastico di uno che la butta in vacca. Una concezione fumosa della storia, della geopolitica: una supercazzola. È tutto collegato è un’altra espressione chiave: nella prospettiva renziana è sempre tutto collegato. Ossia i collegamenti non sono mai cogenti, polari, ma onnifunzionanti. Questo accade perché la sua logica non è argomentativa ma associativa. Simula una elaborazione o spesso una sintesi, come nelle frasi precedenti, ma non la attua mai. Spaccia un’accozzaglia, un’incapacità di districare la complessità, per un’analisi fatta e compiuta.

Non è un caso allora che il primo nemico chiamato in causa – in definitiva sarà l’unico che darà un nome ai gufi – sono gli intellettuali. “I professori, gli specialisti, i tecnici”: la loro colpa è quella di aver previsto la fine della Storia con la caduta del muro di Berlino. Il riferimento probabilmente è a Fukuyama. Mentre la Storia, dice Renzi, non è finita, facendo sue delle critiche che diciamo hanno anche queste almeno vent’anni ovviamente, ma che lui smercia per nuove.

C’è qualcuno che ancora pensa che il muro di Berlino sia la fine della Storia? Niente sottigliezze: “i professori, gli specialisti, i tecnici”, “il ceto intellettuale” sono matusalemme nostalgici, lo spauracchio di Renzi. Una figurina simile ai “comunisti” di Berlusconi, una caricatura utile.

Nel momento più cabarettistico del suo discorso, Renzi dice:

Avete presente cari colleghi sindaci e consiglieri comunali, cosa accade quando si apre un cantiere? C’è l’immancabile meeting e convention del pensionato, si reca al cantiere, si mette all’esterno del cantiere, inizia a guardare il cantiere e scuote la testa… N’ce la fan mica a finirlo… Guarda come lavoran piano… È l’atteggiamento tipico di una parte del ceto intellettuale dominante che adesso sarà molto offeso dal riferimento che ho fatto… Ai pensionati del cantiere… Ah ah… Io vorrei scusarmi con loro… con i pensionati del cantiere… Ah ah… Vorrei scusarmi con loro perché non se lo meritano quest’accostamento, ma è così.

Chi è questo ceto intellettuale dominante sbeffeggiato? Chi sono questi professori contro cui si scaglia Renzi? Sono coloro che forse non sarebbero indulgenti rispetto a un tale livello di approssimazione concettuale? Sono quelli che non sanno scherzare?

Del resto su molte questioni specifiche Renzi è approssimativo, semplificante, grezzo. Quando parla del conflitto russo-ucraino, cita il problema dell’autonomia energetica e tira fuori, facendola sua, la sparata del presidente dell’Eni De Scalzi, per cui un giacimento di gas in Mozambico potrebbe darci combustibile per i prossimi trent’anni. Per i nostri figli. Come? Che importa? L’Eni ha stanziato 50 miliardi per le trivellazioni, poi se si farà un gasdotto (di diecimila chilometri?), se questo gas sarà venduto alla Cina, chi lo sa, intanto l’abbiamo buttata là.

Oppure quando parla dell’articolo 18, lancia en passant una frecciata che la sinistra non votò per l’approvazione nel 1970. In verità il Pci si astenne perché voleva tesaurizzare i risultati delle battaglie degli operai dell’autunno caldo, e lo Statuto voluto dai socialisti, ideato da Brodolini e messo a punto da Giugni sembrava troppo compromissorio. Quindi? Renzi non contestualizza, insinua che i comunisti nostalgici cambiano idea tanto per, e taglia fuori i socialisti dalla storia della sinistra italiana. La storia di quel voto la ricostruisce per esempio Alessandro Marzo Magno qui.

Oppure ancora quando Renzi nomina il suo beneamato vecchio sindaco Giorgio La Pira come nume tutelare della politica estera, citando la sua famosa frase “Il Mediterraneo è il lago di Tiberiade del nuovo universo delle nazioni”, dimentica che La Pira aveva sì messo al centro della politica estera il Mediterraneo, ma l’aveva fatto spendendosi in prima persona sulla questione palestinese, tema su cui il governo Renzi, da Mogherini in giù, è stato – per usare un eufemismo – particolarmente laconico (qui, per avere un’idea, uno dei rari, tardi, e vaghi interventi dell’ex ministro degli esteri; ah, sì, perché nel frattempo – un po’ di mesi, ormai – non ce n’è un altro). Inoltre La Pira sposava una linea aggressivamente anticolonialista, una prospettiva terzomondista a cui Renzi non pare proprio accennare.

Ma queste, si direbbe, sono quisquile storiche, da intellettuali. E per Renzi gli intellettuali sono pensionati brontoloni. La cosa bizzarra è che dopo aver tirato merda sugli intellettuali, dopo pochi minuti, Renzi si lancia in un peana ad esaltare i professori della scuola: “Fare il professore dev’essere un sogno da realizzare per la carriera di un giovane ragazzo. Dobbiamo tornare a dare potere, spazio, dignità e orgoglio al ruolo degli insegnanti. Dire che fare il professore non è la cosa che fanno gli sfigati. (…) Perché saranno gli insegnanti a salvare l’Italia, non i ragionieri. Con tutto il rispetto per chi fa il ragioniere”. E quindi? Uno potrebbe domandare: gli studiosi, i professori sono il male o il bene, il demonio e il messia? Gli insegnanti non rappresentano il ceto intellettuale?

Forse no. Il paradosso è che la Riforma della Buona Scuola non li immagina così, intellettuali o lavoratori della conoscenza che dir si voglia, ma come una specie di tuttofare educativi, materni e organizzativi, “a disposizione di scuole, o di reti di scuole, sia per svolgere altri compiti legati all’autonomia e all’ampliamento dell’offerta formativa (insegnamenti ex­tracurricolari, predisposizio­ne di contenuti innovativi per la didattica, progettualità di vario tipo, affiancamento ai tirocinanti eccetera); sia, per coprire una parte delle supplenze brevi”, ossia tappabuchi, insegnanti job-on-call, non specializzati in nulla, plastici, senza bisogno di nessuna qualità didattica particolare se non l’adattabilità.

Non li immagina neanche con una formazione di alto livello, ma pronti ad avanzamenti di carriera ottenibili attraverso un meccanismo di crediti formativi. Ecco un un mentore che insieme al preside di turno decide cosa vuol dire per quel determinato istituto innovarsi, scambiando la qualità dell’autonomia con il discredito dell’arbitrio, ma tant’è.

E passiamo poi agli altri due atti sbandierati da Renzi: il Jobs act e la legge di stabilità. Alcuni professori, gufi, pensionati brontoloni eccetera in questi giorni, dopo essersi spulciati con quel solito atteggiamento disfattista la lettera dei provvedimenti, hanno provato ad articolare un esame che non si limitava a un assenso preventivo al governo entusiasta.

Negli stessi giorni della Leopolda Andrea Fumagalli su Alfabeta e Tito Boeri (al cui nome si dicono ancora ispirate le nuove forme contrattuali del Jobs act) su lavoce.info davano un quadro desolante dei provvedimenti renziani, non soltanto per il merito delle misure adottate, quanto per l’asimmetria tra l’annuncio e il dato reale. Per fare un paio di esempi.

Fumagalli fa notare che “oggi non ci si ricorda neppure che con la legge 78 approvata in via definitiva lo scorso 16 maggio, nota come legge Poletti (o Jobs act, atto I), si sancisce la totale liberalizzazione del contratto a termine (ctd) rendendolo a-causale. Viene fittiziamente posto un limite massimo ai rinnovi possibili (cinque), ma poiché i rinnovi non sono applicabili alla persona ma alla mansione, basta modificare quest’ultima per condannare una persona al lavoro intermittente a vita. La precarietà è stata così completamente istituzionalizzata”.

E Tito Boeri fa notare che “ci sono però anche tanti piccoli interventi nella tradizione delle ‘finanziarie’ degli anni passati. Tra questi il tanto declamato bonus bebè vale circa 200 milioni. Ci si chiede se valga la pena di istituire nuovi programmi, creando nuovi entitlement, su programmi così limitati. Per sostenere le famiglie e incoraggiare la fertilità ci si può in gran parte avvalere su istituti esistenti, a partire dall’ampliamento dell’offerta di asili nido. L’unica cosa è che fare di più di ciò che c’è già non permette di fare annunci in tv. I tagli alle spese dei ministeri hanno più dettagli che in precedenti leggi di stabilità. Questo è un fatto positivo perché sembra testimoniare che non siano solo obiettivi generici, ma che siano stati già identificati provvedimenti concreti. Il problema è che la somma di questi provvedimenti porta risparmi per 1,7 miliardi al posto dei quasi 5 miliardi annunciati dal governo il 15 ottobre”.

Ma questo è il mondo dei burocrati, dei tecnici… Mentre alla Leopolda si respira un’aria diversa. E questo è innegabile. È l’era dell’ottimismo, come recitava un vecchio slogan new age di Farinetti, uno dei relatori principali della kermesse fiorentina. E Renzi non parla di dati, numeri, statistiche, non sottilizza: se un discorso diventa troppo complicato si schermisce, non ci capisco niente nemmeno io di ’sta roba.

Ma la vera trasformazione che però va in scena a Firenze è quella di una nuova egemonia culturale e politica. Potremmo definirla l’egemonia dell’affetto. Anche qui, alcune citazioni.

Minuto 1.11: “Noi siamo qui per dirci tante cose affettuose, piene di emozioni, piene di entusiasmo”. Cose affettuose?

Minuto 19 circa: “Rivendichiamo per l’Italia e per gli Italiani non soltanto il diritto a dire che il futuro è l’inizio, ma anche che in questo futuro ci possiamo entrare a testa alta, con il cuore sorridente e con la voglia di lasciare davvero un segno in ciò che facciamo”. Cuore sorridente?

E ultimo, ma fondamentale, passaggio – il momento in cui Renzi parla di lavoro nello specifico:

Quando una persona perde il posto di lavoro, lo stato deve farsi vicino, prendere in carico la persona che perde il posto di lavoro. Io non so chi di voi abbia mai sentito, o qualcuno di voi l’ha vissute, le esperienze di chi il posto di lavoro l’ha perso. È uno shock innanzitutto psicologico. Tu torni a casa, specie se sei uomo, ma vale anche per le donne, ma specie se sei uomo, e non riesci a guardare in faccia bene le persone che ti stanno in casa, ti senti un fallito. Sei disoccupato e lo stato ti lascia solo. Sei solo. Avverti la solitudine. Cosa proponiamo noi? Noi pensiamo che lo stato debba farsi carico. Prenderti in cura.

In queste affermazioni c’è il nocciolo del Nuovo Pensiero Renziano. Potremmo battezzarlo con un titolo di un libro di Frank Furedi del 2004: Il nuovo conformismo. Si tratta di una politica che immagina la società come una comunità di traumatizzati, e che quindi propone una gestione sociale attraverso la cura. Furedi fa cento esempi di come soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti dagli anni ottanta in avanti si sia affermata l’idea che lo Stato debba provvedere al “benessere psicologico” dei cittadini, trasformando di fatto la società in un gigantesco setting, un mondo morbidamente huxleyano più che orwelliano, una distopia virata all’empatia. Ottimismolandia.

Per prima la Thatcher ebbe l’intuizione che poteva minare nel profondo la cultura del lavoro del movimento operaio, usando questo grimaldello. Nel 1984-1985 il Regno Unito è attraversato da un leggendario sciopero dei minatori: dura 51 settimane, coinvolge 165mila lavoratori, e finisce con una resa da parte del sindacato della National union of mineworkers, sconfitto dall’intransigenza della iron lady.

Ma c’è un elemento poco ricordato di quella vicenda emblematica della vittoriosa onda lunga delle scelte neoliberiste e dell’uscita di scena dalle platee della Storia della classe operaia: uno degli elementi che Margaret Thatcher usò per sfiancare/trattare i sindacati fu la proposta di spesare le spese psicologiche degli operai che avrebbero perso il lavoro. Non più conflitto, non più diritti, non più coscienza di classe, ma una serie di individui soli, vittime del tempo, pronti più che ad autodeterminarsi, a farsi consolare, circonfusi dall’affetto di stato.

Di fronte a questo stato che, più che compassionevole, si mostra materno, è ben comprensibile quale sia l’angoscia incarnata dagli intellettuali per il popolo della Leopolda, qual è il tabù che hanno edificato e che ora va sfatato. Renzi non lo sa pronunciare esplicitamente ma è chiaro: il nemico di Renzi è il pensiero critico. Il novecento da rottamare è il secolo della destrutturazione, dei maestri del sospetto, Marx, Freud e Nietzsche. Il sospetto, il dubbio, la crisi che è stata la forma mentis dell’educazione alla modernità. Questo non appartiene più al discorso renziano.

Il pessimismo della ragione? Non serve più equilibrarlo con un’ottimismo della volontà. L’ottimismo dev’essere già quello della ragione. In un senso meno evidente a Renzi stesso, lui è figlio del pensiero debole, di Richard Rorty e dei pragmatisti anni ottanta; in un senso più preclaro a Renzi, lui è semplicemente figlio di un pubblicitario.

E dal padre ha probabilmente imparato che la pubblicità in politica ha bisogno di rassicurare e di creare una domanda. La domanda che quindi vuole creare Renzi e che si propone di soddisfare è elementare: il bisogno di comunità. E per generare, e alimentare di continuo, questa domanda politica parte sempre da lontano. Dal tema generazionale. La generazione renziana ha come suo momento fondativo gli anni novanta, quindi i riferimenti che vengono additati sono quelli di Srebenica e del Ruanda.

Nel 1995 Renzi aveva vent’anni, e quei massacri per lui sono chiaramente la colpa dei padri e dall’altra parte l’immagine del Trauma inspiegabile, celato all’opinione pubblica di allora (oggi noi invece, ci ricorda Renzi – attraverso i telefonini – possiamo conoscere ogni trauma). Chi non è stato traumatizzato da Srebenica? Chi non immagina cosa vuol dire un massacro di un milione di persone come in Ruanda? Richiamarsi a Srebenica e al Ruanda, come spesso fa Renzi, è scandire una cosa ovvia utilizzando un’emozione, e spacciarla per un’idea valoriale.

Noi siamo quelli che, impotenti, c’eravamo al tempo di quei massacri. Massacri lontani, che possono evidentemente generare un riconoscimento collettivo generazionale, quindi anche più ampio di quello veltroniano. Addirittura oltre Kennedy, Mandela e Falcone. Fateci caso, anche qui: Renzi non nomina mai i massacri in casa nostra. Non nomina mai Genova 2001, la Diaz, Bolzaneto, Carlo Giuliani, per dire. Se per molti quarantenni di sinistra oggi il G8 di Genova è stato il punto di fusione di un movimento come quello degli anni novanta e l’inizio di un reflusso, per la Leopolda non è un evento contemplato in nessuna biografia.

La questione della solitudine e della creazione della comunità. Eccola ritornare molto simile nel discorso della Camusso. E veniamo al secondo discorso. Trentotto lunghissimi minuti. Nel momento in cui parla della perdita del posto di lavoro, dice (minuto 3.30):

Noi sappiamo che la solitudine fa male, che i dubbi determinano angoscia, ma sappiamo anche che la Cgil sarà insieme a ognuno di loro, non lo lascerà solo.

In questo ci sono molte più analogie che differenze tra la compagna Camusso e l’innovatore Renzi. Perché pure la segretaria della Cgil, per affermare lo spazio politico del sindacato, invade lo spazio psichico.

Il protagonismo rivendicato dal sindacato è di nuovo quello di un maternage. Camusso non parla di noi autoincludendosi, ma parla ai giovani, ai lavoratori, ai precari. Questa distanza potrebbe essere sana se si trattasse di sottolineare la forza di un ideale di rappresentanza, ma invece di valorizzare l’autodeterminazione si calca la mano sulle questioni emotive, e sulla cura. O voi, laceri e dispersi, venite da mamma Cgil.

Così se quest’appello alle emozioni in Renzi è diabolicamente illusorio, nelle parole della sindacalista il messaggio diventa totalmente non credibile. È incontestabile che Camusso sia un personaggio, una figura pubblica, di un’altra epoca: obsoleta, aliena rispetto agli standard minimi della comunicazione politica nel 2014. Potrebbe dire e dice perfino delle cose di sinistra entrando nel merito dei guasti che produrrebbe il Jobs act nel momento in cui verrà attuato (questo sì), ma lo fa in un modo per cui le brutte metafore di Renzi (il gettone e l’iPhone, il rullino digitale) finiscono per avere qualche presa, un corrispettivo in carne e ossa.

Se Renzi non parla l’inglese, Camusso non parla l’italiano, almeno non parla la lingua di un quindicenne, e nemmeno di un quarantenne. Legge il suo intervento scritto in una lingua spigolosa, piena di farragini, lo sillaba quasi invece di parlare a braccio, e in più lo fa in tono monocorde, non spiegando nulla del lessico che usa (termini come “arbitrato”, “collegato lavoro”… rimangono oscuri a chi non frequenti le assemblee sindacali, ossia a molte delle persone che popolavano il corteo e la piazza di sabato scorso).

È uno strazio starla a sentire dopo aver attraversato una Roma imbandierata di rosso. Renzi o chi per lui ha veramente gioco facile a impallinarla: quando Camusso risponde alle boutades renziane, lo fa con il tono di una sessantenne che si trova a suo agio in una scenografia di partito da dopoguerra e che vuol mostrare di essere à la page usando un gergo giovanile; ma soprattutto – empaticamente, nonostante la maglietta rossa indossata – parla del “futuro dei nostri giovani”, come una nonna bonaria che andiamo a trovare la domenica e che si concede di preoccuparsi dei nostri problemi.

Rivedere questi due discorsi, uno vicino all’altro, è sconfortante: una supercazzola da una parte, un comunicato da Casa del Popolo dall’altra. Ecco, se ci fosse una riflessione di cultura politica che partisse da un’analisi di questi due universi linguistici, concluderebbe che è evidentemente un problema, prima che comunicativo, scolastico, una questione di educazione, la mancanza di una sinistra degna di questo nome in Italia. Per cui il futuro non “è solo l’inizio” né “è dei giovani”, ma un tempo molto più simile a un passato di cui siamo corresponsabili.

La cattiva notizia è che queste due brutte narrazioni hanno bisogno l’una dell’altra, e si nutrono e continueranno ad alimentarsi a vicenda, esasperando specularmente i tratti identitari, in una corsa al consenso di parte che invece di riformarle dall’interno, le porterà a una polarizzazione sempre più accesa.

Non avverrà un confronto reale tra Renzi e le piazze, e l’anno prossimo la Leopolda sarà un rito ancora più catecumenale. Non ci sarà la capacità dei sindacati di rinnovare vertici e modelli comunicativi. Poi uno ci spera sempre, di essere smentito.

Christian Raimo è un giornalista e scrittore italiano. Il suo ultimo libro è Le persone, soltanto le persone” (Minimum fax 2014). Coordina il blog collettivo Minima & moralia e cura la sezione dei reportage del sito di Internazionale.


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