Processi alle banche e giurie popolari
20 novembre 2014 alle 12:44

Pubblico qua un articolo di risposta ad un’Opinione pubblicata da Pelli sul CdT a tema giurie popolari americane. In basso trovate l’articolo di Pelli, che mi sono permesso di copiare dal CdT stesso.

Mi sono trovato spesso su posizioni diverse da Fulvio Pelli, ed è stato sempre molto confortante. Eppure stavolta devo dire che mi ha sorpreso, in positivo. Lo scorso mercoledì 12 novembre sul «Corriere del Ticino» ha infatti elogiato il ruolo delle giurie popolari nel processo americano. Il tema è l’accusa a Raoul Weil, ex numero 3 dell’UBS americana, di avere aiutato i suoi clienti a frodare il fisco. Weil è stato prosciolto.

A dire la verità le parole di Pelli su Weil, sull’etica economica, sul segreto bancario e sul ruolo del rischio sistemico delle banche finanziarie, come potete immaginare, mi lasciano perplesso. Ma non è questo di cui vorrei parlare. La politica si occupa di dare una direzione ideologica alla società, ma non solo. Si occupa anche di organizzazione la Magistratura, che ha a sua volta il ruolo di risolvere i conflitti fra cittadini. È allora importante in questo momento aprire una piccola discussione sul tema delle giurie popolari, che (anche se può sembrare noioso) ha scatenato vere e proprie rivoluzioni nel passato. Dice Pelli sulla partecipazione popolare al processo penale americano: «Quella giuria ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno, la forte indipendenza dai condizionamenti che caratterizza la partecipazione popolare ai giudizi dei tribunali americani». Parole sante!

Parole sante? Mi si permetta di affermarlo da studioso delle relazioni fra politica e magistratura, con il focus proprio sulla partecipazione popolare al processo: le giurie popolari sono il giocattolo preferito dei politici per giustificare o condannare una sentenza. «Non capiscono niente del diritto, la decisione è sbagliata!» affermano alcuni. «Sono indipendenti, sono la voce del popolo, la decisione è giusta!» affermano altri. Leggo ogni giorno opinioni di questo tipo scritte negli ultimi 200 anni in tutta Europa, per non parlare di quello che si è scritto e si scrive in America, dove le giurie sono obbligatorie per Costituzione.

Gli studi più interessanti sull’argomento sono quelli sociologici. André Kuhn, ad esempio, si è chiesto se siano più severi i giudici professionisti oppure l’opinione pubblica, la gente comune. È andato in giro per la Svizzera con un questionario a vedere cosa trovava. Risposte: per i reati più legati alla convivenza civile (velocità in auto, scasso, stupro) l’opinione pubblica è più rigida, mentre per i reati bancari sono più rigidi i giudici professionisti. Considerando i disastri finanziari che hanno causato i banchieri ai nostri Stati, considerando le sacche di povertà e la miseria causate dalla speculazione finanziaria taroccata e truffaldina, potremmo dire che le giurie popolari per i casi bancari sono un limite alla ricerca di giustizia, perché sono troppo buone. Ma sarebbe un discorso sbagliato, finiremmo nel solito gioco politico che giudica la partecipazione popolare al processo in base al risultato della decisione, e non in base al ruolo che la magistratura penale ha nella nostra società.

Pelli ha elogiato la giuria americana, e su questo mi trova concorde, perché anche io difendo le giurie. Purtroppo però lui, ex procuratore penale, quando era presidente del PLR nazionale in Parlamento non ha difeso la partecipazione popolare nei processi penali in Svizzera. Insomma, sempre tutti pronti ad elogiare la bontà delle giurie americane, ma nessuno ci ha pensato due volte a far fuori le nostre quando si scriveva il nuovo Codice di procedura penale svizzero.

Ares Bernasconi ed io abbiamo appena pubblicato, nei quaderni della «Rivista di diritto svizzero», un libro plurilingue su questo tema (Giurie popolari – il mito scomodo). Vi hanno scritto luminari di tutta la Svizzera e, guarda caso, anche un professore americano, che spiega come funziona la giuria oltreoceano. Senza miti né banalità, proprio in senso sociologico. Presenteremo il libro all’USI il prossimo venerdì 28 novembre dalle 18.30: parlerà fra gli altri anche il presidente del Tribunale d’Appello ticinese. Pelli, come tutti i lettori interessati, è caldamente invitato a questa piccola discussione sul ruolo odierno delle giurie popolari.

Filippo Contarini, giurista

Articolo apparso sul CdT il 17.11.2014

Il coraggio di Weil e il segreto bancario (di Fulvio Pelli, ex presidente del PLR svizzero, CdT del 12.11.2014)

Raoul Weil, già numero 3 di UBS, pochi giorni orsono è stato assolto da una giuria popolare dall’accusa di aver cospirato contro il fisco americano supportando le infrazioni fiscali di circa 20.000 clienti di UBS medesima. La decisione, dopo tre settimane di processo, è stata presa dai giurati all’unanimità in poco tempo: le prove prodotte dall’accusa, sostanzialmente deposizioni testimoniali di ex dipendenti di UBS sottoposti di Weil, non sono state considerate convincenti. Weil era stato arrestato a Bologna l’anno scorso sulla base di un mandato d’arresto internazionale.

Quali riflessioni è possibile fare sulla base di questa decisione un po’ sorprendente della giuria popolare americana, oltre alla constatazione che quella giuria ha dimostrato, se ce ne fosse bisogno, la forte indipendenza dai condizionamenti che caratterizza la partecipazione popolare ai giudizi dei tribunali americani? Di un certo peso, secondo me, almeno tre: la prima sulla scelta di Weil di non accettare di passare per colpevole se non sentiva di esserlo, affrontando a viso aperto il processo, una seconda sul sistema di far beneficiare di privilegi i testimoni che si mettono al servizio dell’accusa e una terza, più generale, sulla sostituzione nella nostra società di valutazioni di colpa basate sul confronto fra legalità e illegalità con valutazioni basate su criteri etici.

Di Raoul Weil si può senz’altro ammirare il coraggio: sia quello di essere andato in vacanza all’estero senza curarsi dei rischi che correva, sia quello di aver affrontato il processo senza patteggiare, a viso aperto, confidando nella capacità della Giustizia – quella con la G maiuscola – di esaminare i fatti per quello che sono. Non è da tutti e ha comportato grandi sacrifici: innanzitutto il carcere, poi costi di difesa sicuramente importantissimi e non da ultimo – non rifiutando il suo passato – l’accettazione del ruolo pubblico di protagonista in negativo delle vicende dell’UBS del passato. Questo suo atteggiamento, ben diverso da quello scelto attraverso il (forse obbligato) patteggiamento da 780 milioni di dollari da UBS medesima e attraverso una specie di fuga nell’oblio da altri dirigenti bancari di cui più nessuno parla, è forse unico e degno di lode. Weil esce vincitore dal confronto con la giustizia americana: spero che questo induca altri protagonisti del mondo bancario a non farsi condizionare dagli eventi politici di oggi, non tutti meritevoli di lode, e a non rifiutare il proprio passato, se lo ritengono esente da irregolarità.

L’esito del processo è un atto d’accusa sul sistema di premiare i testimoni «collaborativi». In Europa il sistema dei «pentiti» è meno diffuso, se non per casi di alta criminalità, quali i reati di mafia, ma negli Sati Uniti la situazione è ben diversa. Tutti ricordano che il fisco americano nel 2012 pagò 104 milioni di dollari a Bradley Birkenfeld, pure lui ex dirigente «pentito» di UBS, le cui informazioni permisero di aprire l’enorme inchiesta contro UBS stessa e molte altre banche svizzere e internazionali con l’accusa di aver «facilitato» evasioni fiscali di loro clienti. Nel caso di Weil il principale teste accusatore fu il suo ex subordinato Martin Liechti, responsabile – fino al 6 febbraio 2008, quando fu rimosso – della clientela americana di UBS. Nella sua deposizione aveva sostenuto che i suoi superiori erano perfettamente informati che il 90% dei clienti americani non dichiaravano fiscalmente il loro patrimonio. La corte popolare sembra aver considerato le affermazioni di Martin Liechti, «sollecitate» dall’accusa attraverso la garanzia di immunità, delle pure menzogne di comodo.

Da ultimo qualche considerazione sulla sempre più diffusa tendenza che si manifesta in Svizzera, ma anche altrove, di considerare per ragioni di carattere «etico» come riprovevoli dei comportamenti che invece sono leciti. Prima dell’assoluzione noi tutti abbiamo pensato che anche Raoul Weil fosse colpevole, poiché da qualche tempo tutto quello che le banche hanno fatto nel passato viene tacciato come «eticamente» riprovevole, malgrado la legislazione lo permettesse o addirittura lo imponesse, come è il caso per il segreto bancario. Uno strumento legittimo e secondo me tuttora assai opportuno di protezione della nostra sfera privata, esplicitamente previsto nella legislazione svizzera, da qualche tempo viene considerato da molti come «eticamente» discutibile solo poiché può essere usato e certamente lo è stato anche per scopi illeciti. Non è così più l’autore dell’illecito, il cliente evasore, ad essere rimproverato, ma lo strumento e indirettamente la banca che lo rispetta, anche se esso in realtà protegge tutti, onesti e disonesti, da sguardi oggettivamente inopportuni su ciò che noi facciamo e su come noi spendiamo i nostri (legittimi) guadagni.

Verrà il tempo per discutere seriamente sul segreto bancario e per decidere, visto che l’iniziativa popolare che lo vuole mantenere è riuscita, ma ciò non può evitare di cominciare subito a riflettere sul perché nella nostra società è nata la tendenza a sostituire la legge con discutibili criteri «etici» per giudicare istituzioni, persone e strumenti di lavoro. L’«etica» è spesso un’opinione, si basa su convinzioni personali, a volte addirittura religiose, e non è quasi mai suffragata da una legge dello Stato democraticamente scelta. Non è quindi un criterio sicuro per giudicare e a volte viene invocata proprio solo poiché permette di giudicare senza mai dover provare. Senza dimenticare che spesso non è «etica» ma moda politica, conformismo culturale. La prossima vittima di questa etica di moda sembra essere il presidente lussemburghese della Commissione europea, Jean-Claude Juncker: essere lussemburghese, così come essere svizzero, di questi tempi sembra essere una colpa. Non così, però, per la giuria popolare che ha assolto Raoul Weil, che ci ha insegnato a diffidare.

 


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