Parigi e la libertà d’espressione nella nostra nuova modernità
7 febbraio 2015 alle 11:47

La barbarie parigina a sangue freddo è ormai lontana. Esecuzione uno ad uno, esito di un processo tenuto in fori ambientati esclusivamente dal male, bisogna rileggere i fatti.

Come contestualizzare la richiesta di “libertà d’espressione”, scandita ad alta voce dalla folla oceanica nella manifestazione parigina dell’11 gennaio?

A tutela della satira

La satira è un cavallo imbizzarrito che scalcia contro l’estremo, senza star troppo ad osservare chi piglia. Sebbene si rischi di ricevere una zoccolata, va difesa: dagli altri e da sé stessa. Dalla voglia di diventare fin troppo estrema a sua volta. È estremo che gioca con gli estremi, allora è un pericolo immanente per chi la fa, e chi la fa lo sa.

La satira è il baluardo contro l’abbrutimento del potere. Il potere è volontà dell’uno sull’altro, è arbitrio, sempre doloroso. La satira è ciò che non ha paura di fronte a chi fa paura. È ciò che parla dove nessun altro può parlare, dove soldi, relazioni, armi o senso comune impediscono perfino di respirare.

La satira è l’altra faccia della poesia.

La satira deve, e ribadisco deve, prendersela con gli enti assoluti. Siano essi lo Stato, la religione, l’economia. Deve, e ribadisco deve, ridicolizzare, infangare, essere cattiva e anche violenta. La satira non è fumetto, non è romanzo, non è propaganda e nemmeno attivismo. La satira è l’ultimo urlo delle coscienze sommerse, è la roccia a cui appigliarsi prima del baratro sociale.

Charlie Hebdo ha compiuto un gesto banale, ma assolutamente profano per ben più di un miliardo di persone. Ha rappresentato Maometto, atto di per sé dissacrante, quasi sempre relazionandolo all’estremismo violento. Ha disegnato anche di peggio su altre religioni. Ma bisogna contestualizzare la recezione: divertente e ironico per noi, può essere accolto come vero atto di supremazia culturale. E in fondo non ci stupiamo, da noi si dice il (triste) detto “gioca coi fanti, ma lascia stare i santi”. Ma guai noi! Siano toccati i santi! Ogni mito va spogliato. E noi dobbiamo difendere chi lo spoglia.

Questo però, culturalmente, non è autosufficiente. E noi dobbiamo esserne ben consapevoli.

La gestione della libertà d’espressione

La libera critica delle altre culture è un momento che non può essere considerato innocuo. Una società liberale, per cui progresso è espressione delle proprie idee, sia consapevole del rischio di incomprensione. E deve quindi elaborare degli strumenti per accompagnare questa valvola di sfogo.

Se è chiaro, perlomeno a me, che la satira può essere criticata ma mai censurata, è altrettanto chiaro che una società matura ed emancipata, cioè quella dove alla lama si è sostituita la parola, deve prevedere i possibili conflitti che ne possono scaturire. L’accusa di dominio etnocentrico, di neocolonialismo, di violenza verbale, può e deve essere contrastata da una forte attività di interscambio culturale e di dialogo. Vogliamo la libertà, esigiamo l’ascolto.

Purtroppo, invece, è stato fatto tutto il contrario: si pensi alle periferie parigine (la ghettizzazione), a quello che accade nella discussione politica (lo sciovinismo, la xenofobia), alle pretestuose votazioni antislamiche (basti citare quella sui minareti) o a quello che accade a livello internazionale (l’occidente è immune da critiche sulle violenze compiute nei territori perlomeno mediorientali?).

La libertà d’espressione come diritto costituito?

Nell’attacco barbarico a Charlie Hebdo vengono prese di mira le vignette satiriche, storicamente costola del giornalismo, e la libera espressione delle idee “contro”. Due capisaldi della nostra democrazia così come progettata e costruita faticosamente a partire dall’illuminismo.

Ma bisogna fare attenzione a un dettaglio: da noi la “libertà di espressione” è ormai intesa come diritto umano codificato nelle Carte fondamentali. È concepita come diritto invalicabile dall’attività censoria dello Stato. Non è invece libertà verso altri gruppi, o perlomeno giuridicamente non la si intende così. È un’evoluzione storica che ha seguito di pari passo l’accoppiamento strutturale dei sistemi politica e diritto, che è arrivato a fondare il termine “Stato di Diritto”. È cresciuta in modo contingente, non etico.

E, non casualmente, proprio su questo incontro/scontro tra Idea e Stato ha sempre lavorato il grande terrorismo europeo: che si parli del terreur rivoluzionario parigino di fine Settecento, o di quello anarchico di fine Ottocento, ma finanche di quello comunista degli anni Settanta.

L’attentato a Charlie Hebdo cambia tutto e ci fa vedere tutto con occhi nuovi. È religioso e in quanto religioso lavora sul concetto di cultura, di morale, di trascendenza, di salvazione. Nell’attacco parigino mancano completamente l’aspetto giuridico e statuale: questi terroristi non vogliono cambiare le nostre leggi, né ottenere vantaggi statuali altrove. E quindi non attaccano un regnante, un capo di governo o un giuslavorista. La morte raggiunge ora i giornalisti satirici.

L’attacco tocca le fondamenta pre-giuridiche della nostra costruzione sociale contemporanea, tocca la libertà d’espressione come era conosciuta all’inizio della modernità. Quella che era precondizione, e non conseguenza, delle rivoluzioni liberali. Quella libertà di parola che allora, e non a caso, era messa all’indice dalla religiosità della Chiesa.

Quella parola fu liberata quando l’Europa decise che da noi era finito il tempo della religione come fulcro centrale della società. È la nascita della nostra cultura europea attuale, dannatamente laica.

Per la libertà d’espressione – contro lo Stato?

Per cosa si manifestava a Parigi? Questa domanda mi ha seguito per giorni.

Era una manifestazione a tutela della “Libertà d’espressione” concepita costituzionalmente come difesa dalla censura compiuta dallo Stato? È impensabile, considerando che lo Stato (il presidente in prima fila!) sfilava con i cittadini, sarebbe assurdo il paradosso di sfilare contro sé stessi.

Molto probabilmente non era nemmeno una manifestazione connotata in senso religioso, considerando il messaggio portato dai satiristi. Né era contro l’islam (Marine Le Pen giustamente cacciata in periferia), né per la laicità, considerando i numerosissimi capi di Stato assolutamente non laici in prima fila presenti alla manifestazione. Non era nemmeno sciovinismo, tipico dei francesi: anche da lontano si sentiva che la portata del momento non rifletteva una realtà ferma fra due frontiere. Identicamente infine non era funerale, ovvero la riflessione sulla fine di una vita e sul vuoto che ci circonda. Perlomeno nessuno a mia notizia ha voluto indicare che questo fosse il motivo.

Eccoci allora di fronte ai grandi interrogativi della nostra post-modernità: dove e cosa fa il collettivo? Il motore e il metro di giudizio della manifestazione di piazza non è più programmatico, ma successivo: è l’indignazione per un fatto vissuto che è sentito come un’ingiustizia di base. La collettività si è indignata perché ha proiettato l’ipotesi che un suo pilastro portante, il giornalismo, si senta minacciato nel dire tutto quello che ha da dire. Un simbolo identitario da difendere, anche se scomodo. Abbiamo assistito al corteo silenzioso di milioni di indignados. E si capisca bene: non ne sto banalizzando la portata “marchiandola”, come nemmeno condanno i vari “occupy questo o quello” ecc. Sto cercando però di capirne la natura, mettere il focus su una novità sociale.

La mobilitazione politica, che ieri era partitica o sindacale, oggi è indignazione che risponde a un attacco settoriale. E risponde in modo proporzionale all’importanza di base data al settore toccato. Non è un caso: milioni le persone in piazza, milioni le copie vendute. In tutto ciò l’antico player fondamentale, lo Stato, vede il suo ruolo marginalizzato. Accetta così di essere coordinatore ed eventualmente esecutore. Non è assolutamente un caso che i partiti abbiano smesso di fare da traino (pensateci: “niente bandiere in piazza!” ci hanno detto gli stessi partiti, una bestemmia anche solo 30 anni fa).

Integrazione culturale e new media

Come visto, la settorializzazione è una delle varie forme che sta assumendo la post-modernità nel mondo globalizzato. Va tutto assieme: cade lo Stato, cade anche la nazione. E con essa muore l’equazione un territorio = una cultura. In un pianeta dove la gente si sente via internet lo spazio e il tempo si sono fusi. Oggi una decisione presa in India viene eseguita contemporaneamente a Buenos Aires. Non ci vogliono più i mesi per trasmettere il messaggio. Identicamente le persone vivono realtà culturali mediate dai dispositivi elettronici senza che siano veramente condivise con il resto dei concittadini del quartiere, della via, della città. È una settorializzazione anche questa, e anche questa è figlia dell’evoluzione sociale e tecnologica. Ma dove un grande filosofo come Agamben vede nei dispositivi elettronici una sorta di diavolo de-soggettivizzante, noi forse possiamo vedere altro.

Io vedo nella manifestazione oceanica dell’11 gennaio a Parigi sì una difesa sconclusionata ed indefinita del “noi” (i nostri concittadini, il nostro giornale, la nostra storia, la nostra cultura), ma pure un grandissimo potenziale positivo per far sì che effettivamente, anche nella confusione del contemporaneo, la parola abbia il sopravvento sul coltello. Tutto il mondo osservava Parigi mentre Parigi diceva al mondo: parliamo, parlate. Tutto in contemporanea. Vedo nella tecnologia un appiglio per convogliare quel potenziale.

Dove lo Stato crolla, non reagisca con un colpo di coda in modo autocratico. Avete sentito le parole del premier Cameron, come un istinto pavloviano? Vuole un decrittaggio totale di Whatsapp e Facebook per controllare il pericolo, a discapito della libertà di tutti noi. Hollande e Valls hanno già usato quella colossale legittimazione politica derivata dalla manifestazione per inaugurare tenebrose campagne belliche e securizzanti (400 milioni, presi non si sa da dove, per aumentare i controlli sul territorio francese). Che errore!

Lo Stato potrebbe e dovrebbe piuttosto farsi coordinatore di piattaforme virtuali per la costruzione di reti d’integrazione. I politici dovrebbero elaborare progetti di condivisione del sociale, visto che i soldi ci sono! Usino i new media per creare dialogo, che facilitino i incitino i momenti di incontro e scambio reali! Lo Stato accetti di essere diventato più marginale, e sia quindi costruttivo di una società diversa. Perché convivenza significhi per tutti molto più che sopravvivenza.

Filippo Contarini, giurista


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