La cacciata di Games Arena
30 novembre 2015 alle 11:25

http://faigirarelacultura.ch/wp-content/uploads/2015/11/12243055_914516611969489_7150313610499106715_n.jpgLa chiusura nelle scorse settimane del negozio di videogames “GamesArena” ci ha lasciati di stucco. La Fondazione Maghetti, espressione della diocesi di Lugano, ha disdetto il contratto di affitto dei suoi locali perché “GamesArena” ha osato vendere il videogioco GTA 5 che, notabene, fa parte dei videogiochi più venduti al mondo.

Lo sappiamo, anche di Super Mario si diceva che era violento. In realtà, come lui, pure tutta questa diatriba è vecchia come il cucco. Era il 1995 quando, con il nome di “Race’nChase”, veniva proposta al mondo la trasposizione virtuale di guardie e ladri. Il giocatore avrebbe avuto la possibilità di giocare sia il ruolo di ladro sia quello di poliziotto in un ambiente in cui auto e civili obbediscono alle regole. Riuscite a immaginare cosa sia successo? La prima edizione di GTA venne chiamata in causa addirittura dal Parlamento britannico per i suoi contenuti violenti. D’altronde è evidente che all’autorità dava fastidio.

Lo sappiamo, giocare (!) il ruolo di fuorilegge è immensamente più divertente, ti permette di proiettarti nell’idea di fare quello che vuoi, anche del male. Il ruolo del poliziotto è invece sottomesso dalle sue stesse leggi e non può fare altro che applicarle e rinforzarle. C’è voluto poco, veramente poco a farlo diventare uno dei titoli più venduti nella storia dei videogames, mentre gli psicologi che studiavano il fenomeno ci hanno spiegato che è un errore credere che i videogiochi violenti ispirino la violenza. La mente umana è leggermente più complessa di quel che pensano i bigotti.

Ma si faccia attenzione, GTA non vende tantissimo solo perché è un gioco superbo. Vende anche perché gode dell’effetto del deadvertising: una strategia di mercato che prevede scandali mediatici, controversie pubbliche, manifestazioni anti-violenza e chi più ne ha più ne metta. Se veramente la Chiesa volesse opporsi a GTA, quindi, il miglior servizio che farebbe sarebbe stare allegramente zitta.

Inoltre, gli sbraiti della fondazione clericale non sono solo inutili e ingenui: sono pure dannosi. Ma come, si parla di crisi economica, di dumping salariale, di disoccupazione giovanile e si caccia un negozio incredibilmente apprezzato dal tessuto sociale? Non stiamo parlando di una gioielleria, bensì di videogiochi: il medium che non solo ha lasciato un impatto culturale nella nostra storia recente, ma che ha anche forgiato una comunità importantissima, che coinvolge giovani e adulti da ormai qualche generazione. Una comunità che, invece di chiudersi in casa e basta, frequentando posti come il “GamesArena” parla, si confronta, si aggiorna. È un modo vitale di fare aggregazione.

La Fondazione, invece, si barrica nelle sue stanze e dietro i codici di legge, tratta il quartiere Maghetti esclusivamente come un bene privato invece che farlo sentire veramente come un luogo di ritrovo pubblico. È chiaro, GTA ora non minaccia più l’immacolata immagine della Fondazione Maghetti. Ma, lasciatecelo dire, che ipocrisia opporsi ai videogiochi violenti. E se volessimo riflettere quanto nella storia della Chiesa ha contato la retorica del conflitto e della guerra “giusta”? Come è corta la memoria! E però sono proprio i vescovi che per legittimarsi si vantano di essere l’istituzione più antica d’Europa, senza mai dire di averla anche messa a ferro e a fuoco.

Sì, la cacciata di “GamesArena” è uno scandalo.

Timothy Hofmann e Filippo Contarini

Pubblicato su faigirarelacultura.ch il 30.11.2015 e su gas.social il 1.12.2015


Categoria: news, proposte, rassegna stampa
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