Io, nato il 9 febbraio, non ci sto
17 Dicembre 2014 alle 10:55

Forse pochi sanno che io sono nato il 9 febbraio. Data fausta e infausta, nevicava a Roma quel giorno. Figlio di due famiglie italosvizzere incontratesi proprio a caput mundi tanti anni fa, nonna luganese ma di Stabio, l’altra di Friburgo e Berna. Potete immaginare i miei fastidi quando l’Italia spara a zero sull’onestà intellettuale della Svizzera. E potete capire quanto io sia avvilito quando i miei conterranei ticinesi (“sbroia” per elezione, per me Lugano è la terra natìa) si lasciano andare a considerazioni assurde e razziste sull’Italia.

Forse non è un caso che io dovessi nascere proprio nella data in cui il popolo ticinese ha deciso di girare le spalle all’Europa. Io, cittadino europeo per sangue, spirito e convinzione, mi ritrovo a chiedermi ogni tanto se le stelle e il destino non mi abbiano semplicemente tirato un brutto scherzo.

L’evoluzione sul tema è stata drammatica, a partire dal 2008. Da quei giorni, dal fallimento della Lehman Bro., tutto è cambiato, soprattutto da noi. Ironia della sorte, l’America ci ha trascinati nel baratro, ma noi svizzeri abbiamo dato un aiuto non indifferente a farla cadere. Le nostre banche non si sono certo tirate indietro nel gioco allucinante e allucinato della speculazione finanziaria lasciata in mano ai computer. Ricordate? L’UBS è stata la banca con le perdite più alte nel mercato ipotecario statunitense.
Dalla crisi bancaria americana, dal congelamento dell’interscambio monetario (veleno nella nostra economia iper-finanziarizzata), il passo al crollo della forza economica europea è stato un attimo: salvataggio delle banche private – ultraindebitamento pubblico – creazione incontrollata di moneta – trappola della liquidità – deficit– blocco del sostegno alla domanda interna – aumento del prelievo fiscale – stagnazione. E, conseguenza delle conseguenze, rinnovata fiducia al Santo Franco Svizzero, nei primi giorni del settembre 2011 il cambio era crollato a 1:1.

Inevitabile l’intervento della Banca Nazionale, ma comunque conservativo: il cambio riportato a solo 1.20, con la promessa di mantenerlo, costi quel che costi. Nel 1936 il Consigliere Federale Meyer piangeva in diretta alla radio dovendo svalutare la nostra moneta. Nella democrazia 2.0 il gioco si fa più pruriginoso e Blocher usa il letto coniugale di Hildebrand per mettere in discussione la politica monetaria. Nessuno pensa però al piccolo Ticino, che si ritrova con un mercato di 10 milioni di persone alle porte, quanti più formati e più flessibili dei ticinesi? E tutti disposti a prendere un salario più basso nonostante le ore di macchina ogni giorno.

Non sono i bilaterali, ma il nuovo cambio franco-euro a determinare l’arrivo forsennato di frontalieri in Ticino a salari troppo bassi per i lavoratori ticinesi. La politica (di destra, ragazzi!) non ha nessun interesse a far diminuire i prezzi da noi, i cartelli fan comodo. Mettete nel calderone tre scudi fiscali per i capitali evasi nei 40 anni precedenti, un’economia monoculturale bancaria strutturalmente debole e, soprattutto, tanti capitani d’impresa che si sono dimostrati uomini piccoli piccoli (come la chiamavamo? flessibilità?). Il gioco è fatto. Lugano a terra, Ticino a terra, territorio devastato e intasato di automobili, affitti alle stelle.

In questi anni l’economia vien sostenuta solo da due fattori: l’espansione incontrollata del mercato immobiliare per ricchi russi e italiani (effetto del libor ai minimi, anche senza intervento truffaldino di alti geni della finanza) e la delocalizzazione dall’Italia al Ticino di un numero considerevole di aziende, ingolosite dall’assenza di tasse – e di controlli sul mercato del lavoro inesistenti. Come sarebbe la disoccupazione senza frontalieri e senza questi due fattori? Probabilmente avremmo il doppio di persone in assistenza. Ma la sostituzione, che non è provata, è percepita. I padroni non pagano come dovrebbero. E la qualità del lavoro creato non soddisfa.

Però, diciamolo, senza italiani saremmo a Berna col cappello in mano.

Il passo dal disagio economico a quello sociale è un lampo. L’automatismo è pure immediato: difficoltà a trovare lavoro, ergo concorrenza dei lavoratori frontalieri colpevoli, ergo gli italiani sono tutti porci. Che tristezza. Il risentimento culturale aiuta: così dominante la cultura italiana, e così rifiutata. Diventa una cortina di fumo che impedisce di fare le giuste letture economiche.

Il problema è l’evoluzione liberista del mondo del lavoro, la nostra politica economica taroccata, l’incapacità di leggere la società globale. Siamo svizzeri e dobbiamo continuare a fare quello che ci ha sempre garantito il benessere: aprirci. E invece ci chiudiamo. La colpa non è dei lavoratori che chiedono meno soldi, siano essi di Varese, o anche solo di Piotta.

Ma il capro espiatorio è più facile da comunicare, ne sono consapevole. Bisogna allora trovare altre vie politiche per il nostro bel cantone. Perché la deriva autarchica, reazionaria e xenofoba è ben più velenosa del liberalismo economico. Ci stiamo lavorando.

Filippo Contarini, giurista

Pubblicato su Ticinolibero.ch il 17.12.2014


Categoria: news, rassegna stampa
Tags: , , , ,

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *