Il discorso limpido di Manuele Bertoli
12 agosto 2014 alle 16:36

Ho letto solo negli scorsi giorni il discorso di Manuele Bertoli. Gli insulti iniziali mi avevano fatto passare la voglia di interessarmi seriamente all’argomento, ma oggi alcune persone sono arrivate a chiedere le dimissioni del nostro presidente e la questione è diventata drammaticamente politica. E sono allora andato a leggere il suo discorso del 1. Agosto sul sito del Cantone. Ho cercato di leggerlo con attenzione, di trovare le gravi falle di cui è accusato. E non ho trovato niente che potesse giustificare questo accanimento di rara intensità. Viviamo in un sistema politico proporzionale, e il ministro socialista europeista, espressione di una delle minoranze di questo Cantone, ha il dovere di dire quale è la sua linea politica di fronte ai problemi del Paese. Poi alle elezioni ci si conta.

La linea politica del socialista Manuele Bertoli, eletto dal popolo, è sempre stata limpida. È un tipo duro, arcigno, ma rimane un gran lavoratore ed è molto competente in quello che fa. Nessuna novità nelle sue parole, anzi, conferma che almeno lui non è una banderuola.

Cosa ha detto di scandaloso nella sua allocuzione del 1. Agosto? Assolutamente niente. Vi traduco parte delle sue parole, che sono quelle mi pare hanno fatto scattare le indignazioni politiche: «Al momento di proporre le sue proposte per rispettare la volontà popolare del 9 febbraio 2014, il governo dovrebbe far rivotare il popolo per essere sicuri che è proprio là che si vuole andare».

Oh cielo, adesso è vietato votare, in questo Paese? Chi ha paura del voto? È democraticamente perfetto rivotare, perché le conseguenze delle proposte del Consiglio federale saranno determinanti per le prossime due o tre generazioni. Quando si andranno a rescindere tutti i contratti bilaterali ci rimarranno solo la Cina e l’America. La Cina, quel grande paradiso comunista della contraffazione e del menefottismo sui diritti umani. L’America, quella che in una notte ci ha detto: o ci date i vostri conti bancari o domani vi facciamo fallire. Ricordate?

Siamo chiari: il popolo svizzero ha diritto di andare dove gli pare. Selber Schuld, dicono gli svizzeri tedeschi. Rimane il fatto che le città più importanti e dove l’economia di questo Paese tira come una bestia la maggioranza ha votato No lo scorso 9 febbraio. Differenza di voti finale a livello federale: 19.302 su 2.908.406. Diciannovemila voti su tre milioni. Sicuri che siamo tutti d’accordo su cosa fare del nostro bel Paese nei prossimi 40 anni?

È sbagliato sbraitare quando si dice: «Al momento topico si voti di nuovo». Perché quando decideremo di chiudere tutti i ponti con tutte le nazioni attorno a noi sarà tremendo. Avete letto le norme transitorie dell’iniziativa, quelle in piccolo? «I trattati internazionali che contraddicono all’articolo 121a devono essere rinegoziati e adeguati». Si negozia in due, non da soli. L’Europa ha sempre detto che non negozia, quando votavamo il 9 febbraio lo sapevamo, scatterà la clausola ghigliottina.

Sono felice di avere un politico di minoranza come Bertoli che dice quello che pensa. Che lo dice pacatamente, responsabilmente, mettendoci la faccia. Sì, io come lui da cittadino svizzero quale sono voglio essere sicuro che il popolo, di fronte alla rinuncia a tutti i trattati bilaterali, sia veramente sicuro che è quella la strada da intraprendere. Lo voglio scritto nero su bianco, non in una norma transitoria sibillina. Che per decidere il futuro economico di svariate generazioni si voti due volte a distanza di tre anni l’una dall’altra non è certo scandaloso!

E poi, se vogliamo essere precisi, non è nemmeno giuridicamente vietato rivotare. Ci muoviamo nei margini costituzionali, sullo stesso tema si può votare una miriade di volte. Lo abbiamo fatto sui temi ambientali, lo facciamo sulle casse malati, lo possiamo fare sui temi di politica estera. Io non ho paura del voto.

F.C., giurista

Pubblicato sul CdT il 12 agosto 2014


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