Il dibattito sul burkini e l’ingenuità di proporre divieti
26 agosto 2016 alle 8:23

Burkini scimmietteA me il burkini non piace. Il burqa è ancora peggio, lo trovo proprio patetico. Sono entrambi pubbliche espressioni religiose forti, indicano la volontà di una società ruolizzata, mi vien da urlare: not in my name!

Detto questo, pensare di vietare il burkini con il nostro diritto penale è una vera ingenuità. Diverso sarebbe nei sistemi totalitari, o nelle teocrazie, ma per fortuna noi non viviamo in quei posti. Nel sistema liberale la lotta ai simboli a suon di multe comporta il rischio che alla fine dei conti gli unici che ci rimangono fregati siamo noi.

Quello che dico diventa chiaro a tutti non appena si legge l’ultima sparata oscena del mitico leghista Marioli. La sua proposta di legge dice (giuro che ha scritto queste cose!):

  • Capoverso 1: Non è più permesso portare indumenti sotto il costume.
  • Capoverso 1: Sono ora vietate tenute che provocano scandalo o siano contrarie ai buoni costumi.
  • Capoverso 2: Sono ora vietati abiti o costumi che coprono gran parte del corpo.

Quindi, concretamente:

  • Se siete maschi adolescenti e mettete le mutande sotto il costume quando andate in piscina con le compagne di classe, da oggi grazie a Marioli non potrete più usare quel semplice stratagemma per evitare di arrossire in un momento incontrollato.
  • Quest’anno al lago o in piscina era tutto un fiorire di costumi semi-tanga. Scandalosi? Niente più chiappe al vento, capito giovinotte!? Evidentemente il vostro corpo ora appartiene a don Marioli.
  • Il leghista vuole infine pure vietare le tute da sub. Ma anche i costumi lunghi di chi si fa una nuotata in primavera o in autunno, quando l’acqua è fredda.

Oltre a questo, non plus ultra, leggiamo le motivazioni che usa: “v’è una questione di pubblico pudore e si pongono interrogativi sotto il profilo della salute pubblica”. Insomma, il burkini come problema di schifo e sporcizia, e tanti saluti alla dignità umana.

Quella società che permette ai leghisti di dominare il discorso su questi temi è una società debole. Proprio loro che ci vomitano pregiudizi addosso, che vanno a braccetto con i cattolici estremisti di comunione e liberazione, che sull’emancipazione femminile veramente non han proprio nulla da insegnarci.
Il problema però non è solo nel campo della Lega.

Nel “caffè” di questa domenica c’era un articolo in prima pagina dell’autorevole sociologa Chiara Saraceno sul burkini. Si scorgono nelle sue parole alcuni germi di soft-populismo che bisogna rigettare da subito con vigore, sperando che la sociologa si stesse semplicemente sbagliando.

La Saraceno sostiene che il burqa è pericoloso, quindi vietarlo in Ticino era giusto, mentre il burkini non è pericoloso, quindi non va vietato. Saraceno distoglie l’attenzione dal problema reale, fa un discorso antiliberale e sproporzionato.

Anzitutto va ricordato che il nostro Gran Consiglio ha emanato la legge sulla dissimulazione del volto esplicitamente non per motivi di sicurezza. Non ci si stupisca, per favore. Basta leggersi la legge (ed eventualmente il rapporto commissionale) per accorgersi di questo dettaglio. Il motivo è evidente: non si può considerare il burqa più pericoloso di un loden austriaco. E d’altronde tutti gli ultimi attentati sono stati fatti da uomini vestiti in modo normale, proprio come il neo-fascista Breivik quando massacrava i giovani socialisti a Utoya.

La Saraceno traccia una differenza securitaria tra burqa e burkini che dovrebbe, a suo vedere, valere come linea guida per l’attività legislativa. Il burqa lo vieti, il burkini no. Ma quella differenza in realtà non c’è: entrambi sono vestiti simbolici, entrambi sono espressione di un sentire religioso. Spessissimo sono le donne – religiose – a volerlo usare. Lila Abu-Lughod, importante antropologa alla Columbia, palestinese ebrea, spiega che è scorretto pensare che le donne velate siano da “salvare”. Va piuttosto compresa la radice culturale di quella copertura e la volontà delle donne a viverla.

Io a questo politicamente aggiungo: come abbiamo lottato culturalmente per emancipare la società dai preti, così dobbiamo continuare a lottare per emanciparla dagli imam.

La domanda è spontanea: ma vietare gli abbigliamenti religiosi non è la cosa più semplice? La risposta è chiara: no. Nel diritto liberale vietare i simboli è molto, molto pericoloso, bisogna piuttosto fare un’operazione culturale di elaborazione della nostra storia e della nostra evoluzione sociale.

I simboli infatti si appropriano solo temporaneamente della loro espressione materiale (oggetti, disegni, gesti ecc.). Il simbolo si trasferisce molto facilmente, siccome è pura comunicazione. Come insegnava Umberto Eco: il rapporto tra segno e referente è del tutto convenzionale.

E infatti tra un burkini e un costume usato da una campionessa olimpica con la cuffia in testa, tecnicamente, non cambia proprio nulla.

Il burkini è portatore di un simbolo. Rifiutare il messaggio trasportato dal quel simbolo (che sintetizzando è: la donna è strumento della figliazione e protagonista del focolare famigliare) significa rifiutare la ruolizzazione. Per questo io mi oppongo al burkini. Ma siete così sicuri che la Lega sia molto distante da quelle idee espresse dal burkini? Siete sicuri che la Lega voglia liberare la sessualità e far finire la sottomissione della donna?

Quindi nonostante il burqa e il burkini non ci piacciano, bisogna opporsi (anche in tribunale, se necessario) a questi divieti voluti dai leghisti e dai neo-con. E state sicuri che ci insulteranno per questo, semplicemente perchè di liberalismo non ci capiscono un’acca.

Ma allora che altra strategia usare, come fare per lavorare sull’emancipazione femminile? Come esprimere un rigetto per la società ruolizzata, sessista e sessuofoba? Io lo ho già detto, è non era una boutade: bisogna anzitutto creare un museo dell’emancipazione femminile.

Sono necessari eventi a favore della liberazione della donna. Ci vuole una narrazione condivisa basata su fatti reali di lotte vissute e vinte. Ci vogliono iniziative legali che diano effettivamente diritti (anzitutto economici) alle donne. Che mettano in discussione il dominio che i maschi ancora esercitano sulla parità. Bisogna questionare la galanteria sessista, la mercificazione del corpo per motivi pubblicitari, ecc.

Bisogna affrontare il tutto in modo culturale, non penale. L’equazione “prevenire-punire” in casi come questi semplicemente è un boomerang, la leggina di Marioli ne è esempio lampante. Ma soprattutto: una cultura che non è in grado di gestire i simboli senza il diritto penale è una cultura debole. Bisogna lavorare piuttosto sulla coscienza, sull’integrazione, sulla comunicazione sociale, sui diritti delle donne, sulla messa in crisi di quelle certezze religiose che chi abita da noi esprime nella quotidianità.

Immagine di Volpe Urbana, testo di Filippo Contarini

Pubblicato su ticinotoday.ch il 24.8.2016


Categoria: news, rassegna stampa
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