I numeri della disoccupazione
18 novembre 2014 alle 22:51

Bella discussione ieri al secondo “lunedì della costina“. Qua sotto una breve riflessione pubblicata sul sito dell’associazione. Qua il link con le foto della serata pubblicate da TicinoLibero

Alcune riflessioni sul 2° lunedì della costina, a tema disoccupazione e numeri

Perché discutiamo di disoccupazione? Come Amici del Ceneri riteniamo che sia centrale dare un contributo alla riflessione sui fondamenti su cui si basa poi la politica economica cantonale.

La disoccupazione è un indicatore fondamentale della comunicazione pubblica, in particolare nella creazione del consenso. La teoria economica che vuole la crescita del PIL come valore di riferimento sia infatti giustificata dall’affermazione che “più si cresce, meno c’è disoccupazione”. I paesi in crisi hanno prima di tutto un problema di disoccupazione. E la disoccupazione crea il problema che gli individui, non avendo una fonte di reddito propria, creano un disagio economico pure alle famiglie e allo Stato sociale.

Parlare dei numeri della disoccupazione è quindi un modo per parlare di ideologia, osservandola però da un’altra ottica. Per questo è fondamentale, discutendo di rilevazioni statistiche, parlare dell’aspetto quantitativo della disoccupazione, ma anche di quello qualitativo. Quanti sono i disoccupati, i sottooccupati, gli inattivi? Come vengono conteggiati? E quali sono i lavori che non rientrano nella categoria della disoccupazione, ma che in realtà indicano a loro volta una mutazione sociale che provoca impoverimento e nuovi tipi di assistenzialismo, devastante per la capacità sociale di autosostenersi nel futuro prossimo?

Pau Origoni e Christian Marazzi ci hanno spiegato tutto questo nell’ultimo lunedì della costina, come potete ascoltare nei documenti audio sul sito dell’associazione, e dal pubblico sono state sollevate delle domande importanti.

È chiaro che il dialogo cambia a dipendenza dell’ottica che si vuole dare all’analisi. La statistica SECO e quella ILO, ad esempio, danno numeri diversi rispetto al rilevamento della disoccupazione. Di interesse, si è detto, non tanto i due numeri in sé, ma l’evoluzione della differenza dei due numeri, oltre che la contestualizzazione storica e la comparabilità dei dati rilevati. Ma pure la comprensione dell’evoluzione del mercato del lavoro è decisiva: parlare di disoccupazione e quindi di concorrenza nel mercato del lavoro significa necessariamente chiedersi quale struttura del lavoro si sia imposta negli ultimi 30 anni anche in Ticino. Partendo da un asiaticizzazione del lavoro, si nota un approdo alla precarizzazione che oltrepassa la necessità di flessibilità insita nella libertà umana. E impoverisce il tessuto sociale, sia perché la precarietà vissuta dai singoli in realtà pesa sui nuclei famigliari e quindi su tutta la popolazione, sia perché impedisce una strutturazione della pianificazione economica dei soggetti economici. Come porsi in modo sereno verso il futuro? Come costruire una sicurezza economica per quando arriverà l’anzianità o la malattia? Concretamente: non si creano più patrimoni pensionistici, ed è impossibile prevedere la stabilizzazione lavorativa, oltre ad avere una progressiva perdita di rilevanza del sindacato a causa dell’individualizzazione dei rapporti lavorativi. Lavoratori più poveri (anche se meno che altrove) e regimi lavoratori più incerti provocano una destabilizzazione sociale che si ripercuote poi nelle votazioni come quella del 9 febbraio 2014.

A questo si somma che la disoccupazione, così come il precariato, pone questioni rilevanti anche in altri ambiti che eludono dalla sola gestione amministrativa delle prestazioni sociali. E diventa quindi centrale la questione psicologica e di vita famigliare, e quindi la gestione della paura dell’assenza di lavoro, così come diventano rilevanti le politiche macroeconomiche che incidono sul tessuto produttivo.

Partendo dalla comprensione della questione “numeri detti della disoccupazione e numeri non detti del mondo del lavoro” si possono leggere le linee di una nuova società che non trova più corrispondenza nei modelli dello Stato sociale costruiti fino ad adesso. Le statistiche sono importanti perché riescono a far emergere questo dato: il problema non è unico, non assistiamo solo a forme di dumping o di sostituzione. Ci siamo creati un mercato del lavoro instabile con scelte politiche chiare. La concorrenza e la disumanizzazione nel mercato del lavoro sono conseguenze di queste scelte, non cause.

Filippo Contarini, segretario dell’AadMC

 


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