Divieto del burqa in Ticino: veramente una questione religiosa?
2 ottobre 2016 alle 15:59

Quando si parla di burqa come Liberi Pensatori viviamo un conflitto. Da un lato la necessaria laicità e equidistanza dalle religioni. Dall’altro la nostra rigida opposizione all’ostentamento della religione. Ma di fronte all’estremismo religioso come Liberi Pensatori non possiamo essere né neutrali, né eccessivamente tolleranti. Ci ricordiamo che i morti per la laicità sono i nostri.

Sì, le donne con il burqa negano la comunicazione, è settarismo. Ma approfondiamo, leggendo gli antropologi: sotto quel velo le donne ricreano lo spazio domestico, si sentono al sicuro. Comunicano una volontà di società totalmente ruolizzata, dove maschio e femmina hanno posizione, significato e destino diversi. In quell’idea di realtà, la donna non necessariamente è una figura maltrattata. La donna stessa può essere assolutamente fautrice di questa divisione dei ruoli. Non è molto diverso da una ciellina madre di 10 figli o da una suora di clausura. Loro talvolta vogliono quella società.

Come posizionarsi come Liberi Pensatori? Sono convinto che dobbiamo essere a favore dell’emancipazione della donna e contro un’idea finalistica della riproduzione. Quindi a favore della libertà sessuale, per la rinuncia ai vecchi dogmi matrimoniali, contro la ruolizzazione dell’uomo lavoratore e la donna padrona di casa. La religione è quasi sempre sessuofoba e vede nella procreazione un imperativo etico, è fautrice della ruolizzazione e quindi intralcia questa idea di emancipazione.  Quindi ci opponiamo. E quindi ci opponiamo all’idea che il burqa propaga. Non al burqa in sé, ma alla sua idea sociale!

Ora, detto questo, manifestata l’opposizione al burqa, come porsi nei confronti delle leggi penali sulla dissimulazione del volto?

Anzitutto bisogna guardare cosa abbiamo sotto gli occhi, perché se non ci si rifà alla realtà si sbaglia sempre. Nelle due leggi ticinesi contenenti il divieto generalizzato di dissimulazione del volto non si parla mai di burqa. Chiaro che esso vi ricade, è vietato come anche altre decine di tipi di copertura del volto. Sono salvati, con delle eccezioni ad hoc, solo il carnevale, l’operaio che usa la maschera per saldare, il motociclista col casco, il poliziotto con il passamontagna, il giapponese con la mascherina igienica.

Le leggi sono state originariamente pensate da ambienti dell’ultradestra, volute come segnale anti-islamico (e filo-tradizionalista cristiano). Sono però delle leggi-truffa, una scappatoia all’impossibilità, in uno stato liberale e laico come il nostro, di scrivere che solo il burqa è vietato. E così sono state create due leggi camuffate (burqizzate?): per vietare il burqa vietano tutto aggirando la difficoltà.

È delicato populismo affermare che “almeno il carnevale è salvato”. È un modo assurdo di affrontare un problema complesso come la comunicazione sociale e il ruolo del volto in questa comunicazione. La parola persona in greco significa maschera. Noi siamo delle maschere. Usare una maschera, coprirsi il volto, ha centinaia, migliaia di significati diversi. Che passano dal “non farsi vedere” (per vergogna, per paura, per odio), alla spersonalizzazione (anonymous) alla ripersonalizzazione (indossando la maschera con l’effigie d’altri).

Vietare in modo totale e generalizzato la dissimulazione del volto significare vietare noi stessi e negare la nostra storia!

Il tutto perché? Per vietare il burqa. Ma stiamo attenti: è un diritto penale degli anni ’30 quello che condanna l’intenzione e non il fatto. E questo è successo in Ticino: la mascherina igienica si può indossare, la maschera per motivi politici no. Il fatto è identico (coprirsi il volto), la motivazione è diversa. Gesinnungsstrafrecht lo hanno chiamato tempi addietro, e spero che a qualcuno tremino i polsi leggendo queste parole.

L’ultima cosa che i Liberi Pensatori si possono permettere è mandare a ramengo lo Stato liberale, una conquista ottenuta lottando proprio contro la religione. Ma la cosa peggiore è che nessuna delle motivazioni addotte per emanare queste leggi (che violano anzitutto i nostri diritti, e poi forse limitano il burqa) è effettiva. Le associazioni femministe rifiutano l’uso del codice penale per combattere la ruolizzazione, perché segrega ancor di più la donna. La coazione contro le donne (l’uomo che obbliga una donna a coprirsi) è inoltre già un reato federale. Ma, non plus ultra, le donne con il burqa in Ticino praticamente non ci sono. Mentre ci sono ogni settimana espressioni politiche mascherate. Che non sono arte, si faccia bene attenzione.

Ci dà fastidio il burqa, e come risposta prendiamo il codice penale? Che idea di società debole! Una società che non è consapevole di quel che vuole, e nemmeno di sé stessa, quindi esternalizza alla polizia quel che non sa fare da sola: dire no a espressioni culturali estremiste. Ci sono migliaia di vie più effettive che non reintrodurre lo Stato di polizia di vecchio regime per contrastare i problemi religiosi dell’oggi. Come è possibile che anche i Liberi Pensatori vogliano tornare ai vecchi regimi giuridici filo-monarchici e filo-religiosi?

Sono contro alla banalizzazione del male, alla banalizzazione della politica, alla banalizzazione della ragione. In Ticino stanno succedendo cose innominabili e come Liberi Pensatori dobbiamo essere di nuovo avanguardia intellettuale del Paese. Dobbiamo ributtarci sui libri, dobbiamo ricominciare a studiare.

È una sfida del contemporaneo, siam pronti a coglierla?

Filippo Contarini

Articolo pubblicato sul periodico “Lipero pensiero” 07-08-09/2016


Categoria: news, rassegna stampa
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