“Ci vorrebbe Hitler!” – piccola riflessione su una Stella cadente
13 Luglio 2019 alle 14:49

Stella Manente. Ventisettenne di Mestre, di professione si fa fotografare. In questi giorni circola un suo video online, dove insulta una folla festante. Usciva di casa per andare rapidamente in stazione, pieno centro di Milano. Queste le sue delicate parole: “Cioè io sto perdendo il treno, ok?, in mezzo a questa massa di ignoranti. Andate tutti a morire, cazzo! Perchè Hitler non esiste più? Sarebbe dovuto esistere Hitler!”. Insomma, una gasatina e via, problema risolto.

Sdoganare il nazismo?

Chissà, magari è tutta una trovata pubblicitaria. Io penso di no. Il quotidiano di destra Libero definisce lo sproloquio così: “è ‘inciampata’ in una drammatica buccia di banana”. Analisi profonda, che dire… in fondo chiedere l’intervento di uno che ha ordinato l’uccisione a sangue freddo di milioni di persone – che nulla avevano fatto se non esistere – non è che un “inciampo”. Prendiamo il problema da un’altra angolatura. Come la Manente ce ne sono tantissimi e tantissime. Persone che, di fronte a situazione difficile, si rifanno a una strana retorica che inneggia al nazismo. Ne ho già parlato qui nel 2017 e qui nel 2018. Ho già spiegato che le nostre studentesse e i nostri studenti all’università (!) quando sono arrabbiati contro qualcuno dicono “uh guarda mi sale il nazismo”. E ho mostrato che lo “zio Adolfo” è in voga fra i giovani sin dalle scuole medie. Stella Manente è con loro, figlia della sua epoca.

Si è scusata, povera Stella. Ha spiegato che non sapeva d’essere in mezzo al gay pride. No words sul fatto che ha inneggiato a Hitler, su quello non si è sentita in colpa. A ben vedere nemmeno le studentesse e gli studenti di diritto a Lucerna che dicono “mi sale il nazismo”, e che spesso riescono perfino a laurearsi brillantemente, si scusano per aver citato la peggior fase della nostra Storia. Non è questione di ignoranza. In questa situazione usare il codice “sapienza vs. ignoranza”, come spesso ci piace fare a noi di Sinistra, non ha senso. Internet ormai sa tutto e tutti possono accedervi. È quindi una questione che va ben al di là del sapere o dell’ignorare.

Vale il principio di decontestualizzazione

Bisogna usare strumenti di analisi più acuminati. Andate sul profilo Instagram di Stella Manente e notate il dettaglio: le foto sono spesso corredate di citazioni colte, è rigorosamente indicato l’autore. Le avrà lette nei tanti libri che consulta fra uno shooting e l’altro? In realtà sappiamo che, come tutti noi, anche lei o i suoi social manager prendono le frasi dai tanti siti tipo brainyquote.com. Quando, dove, come, perché una frase sia stata detta, questo non è dato sapere. Vale il principio di decontestualizzazione. Prendete Oscar Wilde, quanto risulta facile citarlo? “So resistere a tutto, tranne alle tentazioni”, aforisma geniale che uso spesso pure io, in chiave autoassolutoria. Eppure a pensarci è bestiale, il suo “Il ritratto di Dorian Gray”, pubblicato nel 1890, lo portò ad essere sbattuto in galera a causa della sua omosessualità. Ce ne ricordiamo, quando lo citiamo? Le citazioni sembrano delle particelle discorsive create apposta per essere decontestualizzate. Come per le citazioni, così anche per le figure storiche: non appena i superstiti della Storia sono tutti trapassati, come sta succedendo con gli ultimi imprigionati del nazismo, scatta il momento del racconto indiretto, si passa alla decontestualizzazione.

Oggi più nessun superstite può alzare il ditino e spiegare che una frase come “uh mi sale il nazismo” ha lo stesso odore di una scoreggia emanata dalla bocca di chi lo pronuncia. Il problema è che il momento in cui muoiono gli ultimi superstiti è ora, e proprio ora siamo nel turbinio della società virtuale. Essa, grazie ai suoi schermi e alla piattezza dell’ipertesto, decontestualizza qualsiasi cosa, mette ogni sapere sullo stesso piano. La nostra colpa: non aver elaborato strumenti contemporanei (ovvero: non solo testuali, ma anche ipertestuali) per raccontare quella Storia riuscendo a fare a meno dei suoi superstiti. È una colpa grave, siccome quella Storia aveva la funzione di sistema immunitario contro le derive violente della nostra società. Invece di ipertestualizzarla la abbiamo pietrificata nel codice penale, attraverso il reato di negazionismo. Abbiamo lasciato che ora se ne occupi il diritto penale senza predisporre strutture culturali complementari che vadano oltre le lezioni di Storia alle scuole medie e superiori. Abbiamo trascurato il problema che la legge causa dimenticanza, causa deresponsabilizzazione della società, lascia alla polizia il compito di pensarci, come se la polizia avesse il ruolo d’essere il reservoir della nostra memoria.

Hitler è ormai un meme

Torniamo ai fatti: l’Hitler della Manente non ha niente a che vedere con l’Hitler della prima metà del Novecento. È un meme. Così come lo è il nazismo dei nostri studenti, così come lo è lo zio Adolfo degli adolescenti sul treno. Non ha una Storia attorno, ha solo delle topiche di fondo: violenza, carisma, controllo, ordine. Siamo figli della “società del successo”.

Dell’americanizzazione che provoca, come ricorda Agamben, “l’accesso a un’animalità poststorica”. I valori brutali richiamati dalla citazione nazista sono connotati positivamente dai nostri giovani. Fa accapponare la pelle, ma è così. La decontestualizzazione permette al meme “nazismo” di intervenire come espressione di un momento florido, in una speranza! L’assurdo diventa punto di riferimento, la Manente cerca di ristabilire l’armonia richiamando ideali catarsi violente. La disarmonia come punto di riferimento dell’ordine. In una società che sembra essersi persa e che cerca nelle ricette facili e verticistiche le sempre agognate risposte immediate, il sempreverde re taumaturgo (qui: Hitler, ma solo perché non ci sono video di Napoleone…), da sistema immunitario antiviolento si ruota su sé stesso e diventa inno alla violenza riparatrice. Suona da agile refrain con il suo potere magico di guarire con un tocco (mortifero) le presunte ferite sociali.

Il problema è intimo, nostro. Guardiamoci negli occhi: non abbiamo più pazienza; non sappiamo gestire gli imprevisti; non siamo in chiaro su quale sarà il nostro futuro, ma senza dubbio sappiamo che sarà meno florido del futuro che avevano i nostri genitori; conta solo il risultato valutabile, scolastico, la risposta al comando e il conseguente premio in logica pavloviana. Ding! Suscettibili a tutto, usiamo il meme dell’intolleranza come espressione della nostra intolleranza verso un presente che ci scappa di mano, incontrollabile. Eppure, dovrebbe essere chiaro a tutti: non ci sono risposte immediate nella società di internet, dell’aumento della popolazione mondiale e della catastrofe ambientale. Tutto è troppo complesso e rischioso per essere riassunto con un mantra risolutivo. E proprio per questo i mantra van così di moda: perché non significano (più) nulla!

Manca consapevolezza della realtà che ci circonda: da Hitler alle seghe dei poliziotti

Persino Hitler non significa più nulla. So bene che questa frasetta è pruriginosa, quindi mi spiego meglio. Il richiamo al nazismo della Manente e degli altri è – come direbbe Zygmunt Baumann – inconsciamente una forma retropica. Ovvero è un richiamo alla storia passata, spogliandola però del suo contenuto. È un “meglio-ieri-che-oggi”, qualsiasi cosa fosse questo ieri. È una via di fuga contro un futuro che viene raccontato come necessariamente negativo.

Non si travisi il mio pensiero: che ci siano fascistelli che imperversano sul continente è indubbio (in Ticino sono addirittura al governo!). Ma quella è politica, discutendo di Manente sto parlando invece di società. È assurdo pensare che la Manente sia veramente fascista, la Manente nemmeno sa cosa significhi la parola “Stato”, figuriamoci se gliene frega qualcosa del fascismo. Certo, so cosa direbbe il compagno di Sinistra sempre benpensante: proprio perché se ne frega, la Manente è fascista. Questa è la condanna di noi socialisti: dividere la realtà con la mannaia, nella sempre utile differenza fra noi (i buoni, gli antifascisti) e gli altri (i cattivi, i fascisti). Bisogna cambiare registro, evitare di elevare la Manente a personaggio consapevole della sua realtà.

Osserviamo quindi come la modella ha continuato il suo sproloquio online: “Cioè guarda che ammasso di gente ignorante che sta bloccando la strada. Io veramente vorrei capire la pulizia [!] dove cazzo è, forse a farsi le seghe perché non ha un cazzo da fare, una vergogna guarda. Raga è solo per questo che l’Italia è in rovina”. L’Italia è in rovina perché la polizia si masturba quotidianamente e non le permette d’andare in stazione in orario. È evidente da queste parole che dare della fascista alla Manente è troppo facile. Bisogna piuttosto chiedersi quali siano i fenomeni sociali che stanno attorno a noi per cogliere questi richiami brutali.

Dalla Banalità del male al massacro della società automatizzata

Spesso a sinistra si cita Hannah Arendt per condannare i presunti fascistelli del 2000. Si cita preferibilmente il suo saggio “La banalità del male. Eichmann a Gerusalemme”, libro-guida del mondo contemporaneo. Lo faccio anche io, ma in modo diverso al solito richiamare il titolo del libro, rendendolo una citazione vuota tanto quanto è vuoto il richiamo a Hitler dei giovinotti citati qui sopra. La Arendt riuscì a osservare il nazismo ben oltre l’eterna lotta fra il Bene e il Male. Nelle sue conclusioni, la più grande filosofa del Novecento spiegò ad esempio che l’Olocausto era stato un “massacro amministrativo”, concetto decisamente migliore del solo “genocidio” a cui invece sempre ci riferiamo. Le atrocità naziste non avvennero infatti solo nei confronti degli stranieri o di coloro che erano additati come appartenenti a una razza diversa, ma coinvolsero la società in genere. Ed infatti le parole più rilevanti di quel saggio del 1963-64 arrivano poco dopo: “Non è affatto escluso che nell’economia automatizzata di un futuro non troppo lontano gli uomini siano tentati di sterminare tutti coloro il cui quoziente d’intelligenza sia al di sotto di un certo livello” (p. 263 dell’edizione Feltrinelli 2014).

La Arendt in sostanza anticipava di 50 anni le parole poi usate dalla Manente, che nel suo video chiede lo sterminio dei manifestanti ignoranti. Chiaramente sappiamo, aprendo l’obiettivo d’analisi, che in realtà le vittime dell’economia automatizzata non saranno i manifestanti del gay pride, consapevoli delle angustie nella vita, ma le marionette inconsapevoli. Proprio le varie Manente, inneggianti alla violenza per andare in stazione, dando degli ignoranti agli altri si rivelano in tutta la loro disarmante pochezza nascosta dalla sempre celebrata croisette di Cannes. Non è la Manente che usa le parole della Arendt. È la Arendt che parlava delle tante e dei tanti Manente che abitano la nostra società e non si rendono conto di ciò che sta loro attorno, foraggiandola, contribuendo a farsi mangiare.

Segnali dell’arrivo della società automatizzata ne abbiamo ogni giorno, a partire dalla società del controllo di tipo cinese. Non è questione di fare il catastrofista à la Black Mirror. Laddove Hitler diventa un meme, secondo me siamo di fronte ad un problema vasto, che esprime perdita di senso in genere: ad esempio l’incapacità di un’influencer di cogliere il senso della morte e della vita. Proprio lei, che vive in una messinscena quotidiana a favore di centinaia di migliaia di sconosciuti, che esprime la natura schizofrenica della nostra quotidiana oscillazione fra narcisismo e pubblico ludibrio (come si vede ad esempio nei commenti su instagram a una sua foto qui), che cerca di autocrearsi strutture di senso in folle immaginarie ritrovandosi nella sua immensa solitudine di fronte a folle reali, proprio lei: li vuole tutti morti. Quella folla di follower non ha nessun senso. Il suo inno alla vita è sostanzialmente mortale.

Non catastrofisti, ma attenti al problema della memoria

Non sono io il catastrofista, l’apocalittico di Echiana memoria, è la società che sta accettando una sostanziale cloroformizzazione collettiva. Rinchiudendoci nel virtuale perdiamo il senso dello spazio e del tempo, della vicinanza e della lontananza, della Storia e del dolore.

Eccolo il rischio del nuovo massacro: quell’indifferenza rispetto all’automatismo, quell’incapacità di cogliere i contesti. Tra l’altro, incapacità tipica della sinistra, rifugiatasi anche lei nei comodi meandri della retropia, delle conquiste sociali degli anni ’70, della folk politics come la chiamano Alex Williams e Nick Srnicek. La Storia non si ripete, ma la banalità sì aleggia. Rileggiamo Hannah Arendt, facendoci stupire da frasi come questa sul genocidario Eichmann, ritroviamoci noi stessi: “non aveva mai nutrito sentimenti di avversione per le sue vittime e, cosa più importante, non ne aveva mai fatto un segreto” (p. 38); nella concezione di Eichmann, entrando nel movimento nazista “una persona come lui – un fallito sia agli occhi del suo ceto e della sua famiglia che agli occhi propri – poteva ricominciare da zero” (p. 41); “Malgrado gli sforzi del Pubblico ministero, chiunque poteva vedere che quest’uomo non era un ‘mostro’, ma era difficile non sospettare che fosse un buffone” (p. 62). Quel buffone che organizzò burocraticamente lo sterminio di almeno 5 milioni di persone.

Il problema della decontestualizzazione è reale e attuale. Una “bomba informatica”, come ha scritto Paul Virilio. Osservando con circospezione possiamo vedere che la Manente è una boa del problema che si sta agitando in acque profonde, quell’internet che scava nelle coscienze e ci rende tutti più poveri se non cerchiamo di interpretarlo in modi e sistemi nuovi. La memoria virtuale sta cancellando la memoria individuale e sociale. Il fuoco che brucia l’abbazia piemontese di Eco, minaccia della società del testo, nulla ha a che vedere con il fuoco dell’ipertesto, che non si può osservare perchè, mentre perdiamo la memoria, sembra che la stiamo salvando nei nostri server.

Un antidoto: mettersi all’ascolto

Possiamo far finta di niente. Oppure possiamo cominciare a preoccuparci, nel senso di prenderci carico tutti insieme del problema. Come si fa a tematizzare battaglie contro i mulini a vento, contro la logica decontestualizzata dei meme, contro il piattume (o se volete: pattume) del virtuale senza-testa? Bella domanda. Bisogna fare prevenzione. Non come quella del ministro Gobbi, che ci vuole tutti sotto la tutela della polizia, lui militare vicino a pericolosi gruppi insubrici che prima di tutto ci sbatterebbe volentieri in cella appena solleviamo un sopracciglio per fare opposizione politica. No, prevenzione significa ascoltare. Ascoltare le angosce dei nostri giovani, la perdita di senso, la dipendenza dalla tecnologia. I fenomeni di sentimento di amputazione quando gli togli il natel, ne avete sentito parlare vero? La solitudine causata dall’iper-comunicazione: stiamo arrivando al maxi-paradosso che parliamo tanto senza più comunicare. Significa inventarsi armi contro la decontestualizzazione. Dominare invece di subire internet. Qua deve iniziare il dialogo, qualcuno ha buone idee per mettersi all’ascolto?

Filippo Contarini, Lucerna


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