Tettamanti, e se nel Medioevo ci stessimo tornando sul serio?
4 ottobre 2013 alle 16:16

Tito Tettamanti sta sul mio comodino da tanti anni. Era il 2005 quando Paolo Pamini mi regalò il suo “I sette peccati del capitale” (Sperling & Kupfer, 2002). L’ho letto con passione, senza riuscire a condividerne nemmeno una parola. Ma l’ho lasciato là, di fianco al mio letto, a buona memoria.

La mente è quindi immediatamente corsa a quel libretto quando ho letto i suoi recenti articoli sul CdT e su TicinoLive. “Ha ritirato fuori gli altermondialisti, grande!” mi son detto, con un sorriso serafico à la Letta.

D’altronde l’occasione è una di quelle importanti, stavolta la gioventù socialista svizzera (GiSo) gli ha fatto venire veramente l’orticaria. Hanno proposto un’iniziativa chiamata “1:12 per salari equi”, vogliono che un manager non prenda in un mese più di quanto guadagnano i suoi lavoratori in un anno. Una regola insopportabile al pensiero per qualsiasi capitalista che si rispetti.

Io, che non sono altermondialista, che non sono GiSo, e che non ho nemmeno sostenuto l’iniziativa Minder, appoggio l’iniziativa 1:12. Permettetemi allora di proporre una piccola riflessione sul fondo politico in cui si muove Tettamanti.

Tito Tettamanti ritiene che stiamo tornando nel Medioevo a causa della Sinistra. Lui, già ministro democristiano, vuole invece che la Svizzera rimanga quello che è, ovvero il luogo della libertà commerciale e della solidità degli storici valori economici liberali. Stimolante la discussione sui tempi storici. Ci obbliga a capire dove siamo e a proporre qualche comparazione.

Cominciamo dalla nostra modernità, così giusta nel suo essere liberale e liberista per Tettamanti. Sappiamo bene, però, che i neocastellani facevano grandi affari con gli schiavi africani. Come sappiamo bene che oggi a Zugo fanno i bei soldi con i dividendi delle aziende che all’estero non rispettano i diritti umani, nonostante da noi la CEDU sia ormai ius cogens. E che dire dei fondi ebraici restituiti solo sotto il martello della giustizia, delle schedature ai militanti della sinistra, della vicinanza borghese all’asse durante la seconda Guerra, del riciclaggio di denaro a Chiasso negli anni del boom, del sostegno materiale all’apartheid sudafricano, della vendita di armi a paesi in guerra, delle bolle costruite sul nulla economico? Così, solo per citare alcune atout delle bellezze della Svizzera liberale.

Lungi da me criticare la Svizzera in ogni sua sfaccettatura, ben sappiamo però che “stare bene” è un concetto che non può voler dire solo e unicamente crescita, crescita, crescita. Il metro di giudizio non può essere esclusivamente il calcolo del reddito medio (e mai mediano, si badi bene…) delle famiglie. La vita sociale è ben più complessa che una statistica sulla produzione nazionale. Così come è troppo facile, troppo retorico, dire che se oggi stiamo bene “è merito del capitalismo”.

Continuiamo. Ha ragione Tettamanti a dire, nel suo secondo articolo, che è indecente che oggi “voler guadagnare soldi è considerato socialmente riprovevole”. Il problema è che lui sbaglia totalmente ottica! Ci fa tutta una filippica a favore dei padrone e non vede il problema reale, ovvero che i lavoratori non guadagnano più niente, perché i padroni si rifiutano di pagarli. Il salario dovrebbe essere la giusta contropartita del proprio lavoro. E invece voler guadagnare soldi per tirare avati la famiglia e arrivare alla fine del mese è diventato socialmente riprovevole, un affronto.

Ci si pensi: sono i borghesi a non assumere che frontalieri disperati e sottopagati, sono i padroni che “assumono” i neo-diplomati per lunghissimi stages non pagati (e questa sì, e una vera e gravissima piaga sociale), sono i banchieri liberali che licenziano per poi riassumere in outsourcing, è la destra più becera che chiude le frontiere per poi far lavorare gli exracomunitari senza uno straccio di copertura sindacale.

Andiamo avanti. Checchè ne pensi Tettamanti, non tutti i “sinistri” sono contrari allo sviluppo dell’economia privata. Ma si faccia attenzione, perché è un grave errore qualificare allo stesso modo i grandi gruppi imprenditoriali e i piccoli gruppi locali. Nelle aziende globali gli azionisti hanno sempre meno un nome e una responsabilità. Le grandi multinazionali vivono di intrallazzi e intrecci con i capitani di banche e assicurazioni, sono dei colossi basati sul debito privato e su equilibri finanziari iper-precari. Aziende che sostengono l’economia liberale, ma che sono troppo grandi per fallire e quindi completamente fuori dalle regole del mercato. Con tanti saluti a quell’Ordoliberalismus tanto declamato, siccome lo Stato invece di cercare il Bene comune a questo punto garantisce solo privilegi assurdi di chi ha già tutto e non ha bisogno di niente.

E infine, discutiamo di Medioevo, che fa parte dell’argomentazione più affascinante dei due articoli del “grande vecchio” (come lo definisce la Dindo). Per Tettamanti oscurare la società del rischio e condannare i commercianti, quelli che tendono al profitto, tout-court, è un ritorno violento al Medioevo. Essere imprenditori, sostiene, non è più Salonfähig, non è più moderno.

Anche qua, per me, c’è un errore di ottica. Tra i tanti problemi che affliggono la nostra piccola Svizzera uno è sicuramente che, a causa della miopia e della boria borghese, il socialismo e il sindacalismo non sono MAI stati Salonfähig. Basta però andare a Vienna, la città più vivibile d’Europa, per capire che forse 90 anni di dominio socialdemocratico possono fare tanto bene alla vita della cittadinanza tutta, ricca o povera che sia. Il classismo e l’affarismo degli ambienti dell’economia liberale, dei service clubs iper-ideologizzati, non accettano alternative di pensiero che mostrino risultati concreti. Finanza à la HSG, crisi del debito, blocco del progresso sociale e aumento del consumismo cretino: tutti automatismi dogmatici à la “developers, developers, developers” di Ballmeriana memoria.

Tettamanti sostiene che lui questa bella Svizzera non vuole cambiarla, che in fondo bisogna guardare all’oggettività e osservare quanto bene ha fatto il capitalismo nel nostro Paese. Che insomma i GiSo stanno cercando di compiere dei passi verso la distruzione della nostra economia. Io forse sono un sognatore, forse ogni tanto mi guardo troppo in giro, ma ho un forte bisogno di rispondergli che in fondo la politica è anche cercare di guardare verso il domani per non restare invischiati nei problemi nascosti dell’oggi.

L’oggi dice che il popolo svizzero ha il più alto tasso di indebitamento privato del mondo. Dice che stampiamo moneta come dei pazzi per mantenere il tasso di cambio. Dice che i cantoni sono sempre più indebitati anche senza fare chissà quali politiche di investimento. Dice che il PAS svizzero non è così maggiore di quello dei paesi confinanti. Dice che le spese per la sanità sono in costante aumento. Dice che non facciamo più figli. Ma soprattutto l’oggi dice che la ricchezza di questo paese sta tornando nelle mani di poche famiglie, che con l’assenza di tasse di successione sono sempre più privilegiate. L’oggi ci dice che la forbice salariale aumenta (da anni) inesorabilmente, con i manager delle grandi imprese e i grandi proprietari che prendono in giro i lavoratori. Ci dice che la pressione migratoria aumenta e nessuno ha la minima idea di cosa fare. Ci dice che la laicità è sempre più in pericolo.

Tito (e qua mi prendo una licenza), siamo seri: la Svizzera di domani non sarà quella di oggi, con o senza GiSo! Anzi, siamo felici del loro attivismo: almeno qualcuno mette sul tavolo proposte interessanti e che fanno pensare a un futuro, possibile o meno che sia.

Qualche mese fa un giovinotto liberale in televisione diceva, a proposito della iniziativa sul reddito di cittadinanza, che “pensare che in una famiglia di 4 persone si prendano 10’000 franchi senza far niente e stando seduti sul divano è un discorso da bar”. Il mio riflesso è stato automatico: sono andato al bar e ho cominciato a parlare di quelle famiglie che, senza muovere un dito, ereditano patrimoni milionari, non pagano tasse alla comunità e stanno sul divano a godersi i loro soldi, ben più di quelli che vuole dare l’iniziativa sul reddito garantito.

In fondo Tettamanti in parte ha ragione: al Medioevo ci stiamo tornando. I ricchi hanno inesorabilmente sempre e sempre di più. E pian piano la società feudale si sta ricomponendo.

 F.C. 4.10.2013

Pubblicato anche su Ticinolive.ch il 5.10.2013


Categoria: news, rassegna stampa
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