Terremoto dell’Aquila: parola di scienza?
10 febbraio 2014 alle 17:01

“Traspare lo scandalo culturale dato dalla metamorfosi di un gruppo di blasonatissimi esperti in un’accolita di somari”. Forse è la frase più dura, ma anche la più simbolica pronunciata da Antonello Ciccozzi nel suo rigorosissimo libro “Parola di scienza. Il terremoto dell’Aquila e la Commissione Grandi Rischi. Un’analisi antropologica” (DeriveApprodi, Roma 2013, 188 pp.).

L’argomento è grandemente noto ai più: il 22 ottobre 2012 un tribunale di primo grado ha condannato sette membri della Commissione Grandi Rischi (CGR) a una pena di 6 anni di reclusione. L’accusa sosteneva che la CGR aveva dato “informazioni incomplete, imprecise e contraddittorie sulla natura, sulle cause, sulla pericolosità e sui futuri sviluppi dell’attività sismica in esame” e che “l’evitabilità del danno non va intesa in relazione al mancato allarme, ma in relazione all’inidonea valutazione del rischio e alla inidonea informazione.”.

Sulla sentenza sono state scritte paginate di opinioni, e paginate di insulti rivolti al sistema giudiziario, per molti reo di voler “mettere in croce” la Scienza. Una volta arrivate le motivazioni della sentenza, però, il silenzio. Perché in realtà i giudici non hanno condannato l’attività di ricerca scientifica di un gruppo di sismologi, ma l’attività di informazione di una commissione di massimi esperti a livello nazionale che ha rassicurato la popolazione dell’Aquila rispetto ai rischi di un possibile terremoto violento.

La regione era toccata da mesi da piccoli terremoti (impropriamente definiti uno “sciame sismico”), i nervi degli aquilani erano a fior di pelle e un sismologo dilettante diceva di riuscire a prevedere le scosse studiando il rilascio di radon nel terreno. Il giorno dopo una scossa relativamente violenta, il 31 marzo, la commissione fu inviata in città e, dopo una breve riunione, comunicò alla popolazione che lo sciame sismico era un sintomo di “scarico di energia”. Non ci si doveva quindi preoccupare.

La notte del 6 aprile all’Aquila ci furono due scosse violente come quella del 30 marzo. La popolazione era abituata da una tradizione secolare, di fronte a scosse notturne, ad uscire di casa e passare qualche ora fuori, come precauzione per eventuali altre scosse. Quella notte non successe, tanta gente rimase in casa, pensando che la terra stava “scaricando” e che quindi non sarebbero arrivate scosse più forti. Alla fine arrivò la terza violentissima scossa, che uccise più di 300 persone e provocò 65’000 sfollati.

Il magistrato che ha condotto l’inchiesta penale ha chiesto a Antonello Ciccozzi di redigere una perizia antropologica per delineare la relazione causale tra le informazioni date alla popolazione della CGR e il comportamento della popolazione quella notte. Da un punto di vista giudiziario è stata una novità, perché è rarissima la disponibilità dei giuristi a far intervenire altri scienziati umanisti nelle loro attività. L’apertura mentale del magistrato ha però permesso l’entrata nel processo di un’analisi fattuale e accademicamente all’avanguardia sugli effetti della comunicazione dell’autorità ai cittadini. Si tratta di una perizia che nel processo penale vale unicamente come prova fattuale e che viene sottoposta alla discussione incrociata di accusa e difesa sulla sua effettiva portata di “verità”.

Vale la pena sottolineare la delicatissima posizione di Ciccozzi e dell’antropologia in genere nell’immaginario collettivo. Io stesso ho potuto, sedendo nella commissione scientifica della mia università, ascoltare diverse volte il gravoso pregiudizio per cui in fondo “il metodo degli etnologi è tutto strano”, come se fosse di per sé poco scientifico. Che fardello il dover proporre una perizia “di verità”, quindi necessariamente scientifica secondo i canoni contemporanei, che abbia il compito di analizzare gli effetti di una commissione a sua volta scientifica (oltretutto riconosciuta dall’autorità politica), il tutto partendo da un posizione socialmente già ritenuta dubbiosa! Ma lo dico e lo scrivo: Ciccozzi ha redatto uno scritto magistrale in particolare per l’accuratezza e l’approccio critico che usa nei confronti del metodo.

La perizia è strutturata così: un’introduzione, in cui l’autore chiarisce il compito assegnatogli dal magistrato e quindi l’oggetto di analisi; il contesto comunicativo, in particolare quello scientifico, in cui le informazioni della CGR sono state passate alla popolazione; le testimonianze di alcuni terremotati (qua si nota un importante legame tra questa ricerca antropologica e la “verità” processuale, siccome Ciccozzi ha potuto usare esclusivamente le testimonianze ascoltate in aula durante i dibattimenti come base di dati necessaria per compiere la sua analisi culturale); vi è quindi una lunga discussione delle teorie antropologiche, comunicative e semiotiche da utilizzare per analizzare il caso in questione; infine la rigorosa connessione tra i fatti noti, ovvero i messaggi informativi delle autorità, la percezione dei cittadini, l’atteggiamento dei media e delle autorità, i discorsi sociali dominanti, le conoscenze reali che disponeva la scienza sismologica in quel momento, la metodologia di riferimento nelle scienze.

Il tutto si conclude, come dev’essere in una perizia, con la risposta al quesito posto dal ministero pubblico: si può delineare un nesso tra informazione e atteggiamento dei cittadini, in particolare l’informazione li ha spinti a restare in casa? La risposta di Ciccozzi è affermativa.

Al centro della perizia vi è la cosiddetta “teoria delle rappresentazioni sociali” come formulata da Moscovici. Non essendo io un antropologo non posso qui dire se effettivamente questa sia dominante o meno nel panorama scientifico di riferimento. Moscovici sostiene che le rappresentazioni sociali devono essere viste come una prescrizione di pratiche e di condotte attraverso la creazione di saperi comuni indirizzati alla giustificazione dei comportamenti e delle prese di posizione rispetto ad elementi altamente indecifrabili.

Il punto di svolta è che proprio le scienze generano queste rappresentazioni. E così la CGR (consacrando attraverso un rito cerimoniale una diagnosi incubata  per mesi dalla protezione civile [PC] e dall’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia [INGV]) ha generato una credenza, dando allo “sciame sismico” un significato persuasivamente rassicurante e restituendo al quotidiano la normalità desiderata. Una comunicazione informativa d’autorità scientifica e politica, insomma, accolta in particolare da chi crede nella ragione e nella figura degli scienziati.

Ciccozzi lo sottolinea con cura: quella comunicazione non doveva essere data, perlomeno non così. Anzitutto la comunicazione fu contraddittoria, siccome gli scienziati aprivano l’informazione affermando che “i terremoti non sono prevedibili” per poi chiuderla sostenendo che “lo sciame sta scaricando energia” e quindi non bisogna preoccuparsi. Inoltre analizzando testi scientifici di sismologia l’antropologo porta alla luce che metodologicamente la CGR non avrebbe dovuto parlare di sciame sismico e che avrebbe dovuto comunque riferirsi a delle stime di probabilità di un eventuale (e possibile!) terremoto catastrofico, calcolabili grazie alle conoscenze generali sui terremoti e sulla storia sismica della regione. Una procedura peraltro poi utilizzata proprio all’Aquila nel 2010.

Questo non fu fatto, anzi, la comunicazione rassicurante è stata riferita senza modifiche dalla commissione ai media e infine alla popolazione, suggellando come detto una impostazione sostenuta per mesi dalla PC e dall’INGV, di cui la CGR è espressione. Una espansione mediatica della notizia, si noti bene, che nessun membro della commissione ha cercato di fermare nei giorni seguenti la sua seduta.

Il risultato culturale cercato dalla commissione (in seguito si venne a sapere che il capo della PC la convocò proprio con l’obiettivo di tranquillizzare la popolazione) venne quindi ottenuto. L’idea dello “sciame che scarica” invase gli spazi di conversazione quotidiana riuscendo a passare da diagnosi a regola di condotta, abbassando la presa di precauzioni degli aquilani. Ciccozzi lo dice apertamente: l’unica comunicazione che possa aver interferito con la condotta abituale della popolazione di fronte ai terremoti notturni è scaturita dal rito della seduta della CGR.

Si sa che non tutti i cittadini hanno seguito le rassicurazioni della CGR. L’eccesso di previsioni (“non c’è pericolo siccome lo sciame scarica energia”) formulato dalla commissione ha creato una contraddizione tra due codici, quello scientista e quello tradizionalista. La “scienza di Stato” è stata contrapposta al ricordo folkloristico, coltivato ma celato, dato dalla storia sismica della città, distrutta più volte nei secoli precedenti. Le ecatombi avevano prodotto un “subconscio collettivo” tramandato oralmente, una ricetta arcaica per la rara ricorrenza della festa orrenda. Di fronte al conflitto (uscire di casa vs. non preoccuparsi) i nuclei familiari più scolarizzati e meno legati al mondo tradizionale sono stati sensibili alla comunicazione istituzionale e scientifica, rinunciando a prendere misure precauzionali e vendendosi confortati dall’atteggiamento degli altri concittadini, pure loro rimasti in casa.

Paradossalmente quindi, nonostante si sostenga sempre che la prima causa di morte nei terremoti catastrofici è che le case sono costruite male, è proprio grazie al fatto che i palazzi hanno “retto” che le morti all’Aquila sono state limitate a circa trecento.

Arrivati alla fine della perizia alcuni interrogativi rimangono aperti, in particolare sul ruolo di Ciccozzi nella sua attività di ricerca scientifica. Se infatti è chiaro che il suo approccio è rigorosissimo (grazie anche al fatto che lo studioso è ferrato sui temi di base dell’epistemologia) è inevitabile chiedersi come possa un terremotato compiere un’analisi distaccata della realtà sociale in oggetto. Insomma: in fondo era pure lui una vittima, come può proporre una perizia che dovrebbe fare luce sulla “verità” per decidere se condannare gli imputati? Qua sorgono dubbi di carattere processuale, antropologico e metodologico di portata ampissima, non risolvibili in queste poche righe. Va però notato che l’autore non si sottrae a questa critica e nell’ultima parte del suo libro vuole rispondervi a fondo. Sottolinea quindi che bisogna anzitutto chiedersi se non sia un’attività immanente delle scienze umane il modificare costantemente il proprio oggetto di ricerca. E nota che, in fondo, avendo lui vissuto tutto il periodo del terremoto, ha potuto facilmente sottrarsi a eventuali fantasie ermeneutiche che possono sorgere agli scienziati culturali distaccati dalla realtà che osservano.

F.C. 10.2.201


Categoria: proposte
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