Speculazione, desocializzazione e insicurezza a Ginevra
31 dicembre 2011 alle 9:59

Vi propongo qua un articolo di Michel Porret, Professore di Storia all’Uni di Ginevra. Lo ritengo il miglior articolo che ho letto nel 2011, davanti ad altri contributi di Sergio Rossi (economia) e Oliver Broggini (miscellanea).

È stato pubblicato sul quotidiano laRegione il 2 settembre 2011

Con l’abituale regolarità dei fatti di cronaca violenti che mettono in allarme l’opinione pubblica, il dibattito politico sull’“insicurezza urbana” torna a scaldare gli animi e ad occupare le prime pagine dei giornali. “Ginevra è il Bronx”, pretendono dei poliziotti ginevrini sulla prima di Le Matin (18 agosto)! Le “Fêtes de Genève” – che hanno attirato in capo al Lemano 1,8 milioni di persone – sono state teatro di un’odiosa aggressione nei confronti del figlio di un diplomatico americano, che per poco annegava dopo essere stato gettato nel Rodano da una banda di picchiatori. Questo deplorevole fatto intacca l’immagine di una città ben sorvegliata, e affligge la responsabile della polizia ginevrina, che difende le sue truppe. Cavalcando l’onda securitaria, l’Onu consiglia ai suoi diplomatici di evitare di uscire la notte a Ginevra. La consigliere federale Micheline Calmy-Rey vi intravede « un aggravamento dell’insicurezza a Ginevra in questi ultimi mesi» . Guidato dalla demagogia securitaria come occasione di commercio elettorale, il Mouvement Citoyens ginevrino diagnostica un «fallimento gravissimo del governo» . Quest’ultimo rilancia promettendo più agenti nelle strade ( Le Temps , 25 agosto).

Il mito dell’oasi di pace

Questo facile consenso attorno all’insicurezza urbana sarebbe credibile se si facesse lo sforzo di indicare il rapporto tra il numero di persone venute alle “Fêtes de Genève” e gli atti di violenza che la polizia ha verbalizzato. Il risultato di questo calcolo mostrerebbe una pericolosità sociale quasi nulla durante questa manifestazione. Se il rischio zero in materia di violenza interpersonale non esiste, soprattutto quando delle masse di gente si concentrano in una città di 16 chilometri quadrati, il dibattito sull’“insicurezza urbana” merita l’adozione di un altro punto di vista, e non l’abituale arringa securitaria che mischia carenze poliziesche, lassismo giudiziario e fallimento governativo. Sul piano della statistica globale – non ce ne vogliano i polemisti che si affrettano a sfruttare ogni fatto di cronaca – la società contemporanea è molto meno colpita dalla violenza interpersonale di quelle dell’Ancien Régime e del 19esimo secolo. Oggi viviamo in una situazione di sicurezza urbana maggiore rispetto a ieri.

La violenza interpersonale in ambito urbano è vecchia quanto la storia sociale della città moderna, punto d’arrivo delle migrazioni rurali e poi straniere. A causa degli antagonismi sociali che concentra, amplificandoli attorno alla ricchezza e all’occupazione diseguale dello spazio pubblico e privato, la città non è mai stata un’oasi di pace.

Alla fine del Medioevo, le comunità urbane temevano l’astuzia e la violenza degli erranti, dei poveri e dei vagabondi. Con questi marginali arriverebbero anche l’accattonaggio brutale, il taccheggio, le effrazioni nelle case. A partire dalla fine del 15esimo secolo, i Parigini meno poveri temono la violenza e gli illeciti dei mendicanti, dei disertori, della gente misera venuta dalle campagne e dei malavitosi.

Ricchezza e insicurezza

Queste figure notturne del disordine urbano popolano la Corte dei miracoli. Sublimato nel 1831 da Victor Hugo nel suo romanzo-fiume Notre-Dame de Paris , questo “regno” mitico del crimine organizzato minaccerebbe l’intera città nonostante gli arcieri del re. Nel secolo dei Lumi, nella minuscola repubblica protestante di Ginevra come in tutte le città europee, l’accumulo delle ricchezze materiali aumenta il sentimento di insicurezza nei confronti di vagabondi, mendicanti, sfaccendati, ladri occasionali e briganti professionisti […]. Nata verso la fine del 17esimo secolo per l’approvvigionamento, l’igiene e la sicurezza della città, la polizia diventa allora una prerogativa essenziale dello Stato moderno che vuole pacificare il tessuto urbano purgandolo dalle violenze interpersonali e controllando al meglio i movimenti migratori.

Nel 19esimo secolo, le “classi lavoratrici” diventano “pericolose”. Dopo il 1848, le persone abbienti temono la rivoluzione sociale dei più poveri. Notte e giorno, da Londra a Berlino, la città sarebbe un “teatro del crimine” che risale dalle viscere urbane. Per i moralisti, la città è il ricettacolo morale e sociale dei “bassifondi”. Né la prigione né la pena di morte possono pacificarla durevolmente. A Parigi, il notabile che cammina nei quartieri agiati teme l’attacco notturno degli sgozzatori e degli “Apaches” venuti dalle zone insalubri e malfamate (Belleville, Bastille, La Villette, Montmartre).

[…] Alla fine del 20esimo secolo, rose dalla disoccupazione endemica e dall’economia sommersa del traffico di droga che obbedisce alle leggi del mercato, le periferie focalizzano il discorso politico e la prassi poliziesca sull’insicurezza urbana.

Dalla città cristiana e fortificata del Medioevo alla megalopoli aperta e multiculturale di oggi, passando dalla città sorvegliata dei Lumi, l’insicurezza è una componente di qualsiasi governante urbana. L’éthos politico deve restituirne la vera dimensione sociale, senza cedere alla provocazione securitaria. La polemica elettoralista e clientelista alimenta il sentimento collettivo dell’insicurezza quando deplora la “piena” della violenza che la polizia non riuscirebbe ad arginare. Ora, immaginare che la sicurezza urbana non sia che una questione di polizia, è un inganno. La polizia non è “l’ultimo baluardo della società”. A seconda dei mezzi di cui dispone, non è che la “mano forte” dello Stato democratico. Niente di più!

Sterilizzazione dei centri

Modesta o forte, reale o immaginaria, l’insicurezza urbana è il risultato di altri fattori sociali ed economici che sfuggono alla polizia. Fattori che sono complessi. La speculazione immobiliare sterilizza il cuore delle città odierne. A Ginevra e altrove, scaccia le classi popolari e medie.

Alla lunga, questa discriminazione attraverso il “mercato” non è per nulla estranea all’insicurezza urbana. Abbandono dei locali artigianali e dei negozi di prossimità, morte delle librerie e delle sale di cinema, dei caffè e dei ristoranti popolari, soffocati da affitti proibitivi, trasformazione del cuore urbano in una lussuosa città finanziaria e amministrativa inadeguata alla vita sociale al di fuori degli orari d’ufficio, appropriazione dei locali commerciali da parte di società internazionali (fastfood ecc.) sganciati dalla socialità di prossimità: la predazione immobiliare fa man bassa in città. Con affitti privati e commerciali smisurati, poiché non adeguati ai redditi della maggioranza della popolazione, distrugge progressivamente il vicinato e la socialità di prossimità, soprattutto in una città ristretta come Ginevra.

Quando una politica di rinnovamento immobiliare trasforma l’habitat in “museo del patrimonio”, in locali commerciali prestigiosi e in residenze securizzate per i ricchi, il deserto sociale che ne risulta favorisce l’insicurezza. Quando, mal sincronizzati, grandi cantieri trasformano in terra di nessuno la metà di una città facendo impazzire i suoi utenti, l’insicurezza affiora. Quando, per ragioni di profitto immobiliare, i custodi dei palazzi – attori permanenti di una socialità preventiva di prossimità – vengono rimpiazzati da anonime aziende di pulizia, la curva dei furti con scasso s’impenna. La “barriera securitaria” dei codici digitali ai portoni dei palazzi non serve a nulla. Quando la presenza della polizia attorno agli asili nido, alle scuole e alle abitazioni (“polizia di prossimità”) è messa nel dimenticatoio dello Stato sociale per favorire la polizia-spettacolo nelle “zone sensibili”, l’insicurezza si afferma. Quando la videosorveglianza aspira a sostituire la regolazione sociale esercitata di persona da professionisti la cui attività rafforza la vicinanza e gli scambi di conoscenza, l’insicurezza urbana ha un bel avvenire davanti a sé, come hanno dimostrato i recenti disordini a Londra.

Qualunque sia il suo perimetro sociale, l’insicurezza è legata al processo di “desocializzazione” urbana nata dalla speculazione immobiliare. Valutare serenamente l’insicurezza a Ginevra implicherebbe ripensare la socialità di prossimità per rafforzare il legame sociale, al di fuori dell’imperativo securitario indotto dall’avidità immobiliare. Domani avremo la città che noi oggi lasciamo fare.


Categoria: proposte
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Una replica a “Speculazione, desocializzazione e insicurezza a Ginevra”

  1. Adrem ha detto:

    Sono lusingato per la citazione, e ti ringrazio anche per avere riproposto il bell’articolo (nonostante la traduzione improponibile) che mi era sfuggito; se leggi l’inglese, i temi introdotti da Porret nell’ultimo paragrafo sono trattati magistralmente – a proposito della realtà statunitense, ma con valenza generale – nei due saggi di J.H. Kunstler che ho citato in alcuni dei miei articoli. Saluti e buon anno.

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