La scuola Diaz tra democrazia e violenza: chi controlla lo Stato?
16 luglio 2012 alle 15:08

Nel 2001 avevo 15 anni. Un'anna­ta di fuoco, consi­derando che han­no attaccato le Tor­ri gemelle, hanno attaccato il Parla­mento di Zugo e hanno attaccato la scuola Diaz.

Già allora avevo capi­to che non ero un no-global, né tanto­meno un movimentista. Guardavo con estrema diffidenza tutti quei giovani che manifestavano contro il G8 di Genova e vivevo malissimo la presenza dei black­bloc e il fatto che venissero tollerati, la violenza in genere mi sembrava un in­sulto all'idealismo delle manifestazio­ni di piazza. Ascoltavo quindi solo le no­tizie su ciò che faceva la polizia per ar­ginare quella piaga e mi disinteressavo di tutto quanto effettivamente succede­va al Social Forum. Mi ci sono voluti an­ni per rielaborare le informazioni sui fatti di Genova, per capire ciò che vera­mente avvenne.

Sono passati 11 anni, alcuni dei respon­sabili delle atrocità commesse alla scuo­la Diaz e alla caserma Bolzaneto sono stati condannati in via definitiva pro­prio in questi giorni. L'incoerenza del si­stema penale italiano ha permesso che molti di quei reati cadessero in prescri­zione, l'incoerenza del sistema politico italiano ha permesso che alcuni dei ca­pi della «macelleria messicana» venis­sero addirittura promossi dopo lo scem­pio. Sono passati 11 anni da quei giorni bui e oggi un film, Diaz, sta cercando di raccontarceli in tutta la loro crudeltà. Il regista Vicari non fa – giustamente – sconti allo spettatore: due ore di violen­za e umiliazioni allo stato puro, il rac­conto dell'imposizione assoluta dell'ani­male-uomo sull'uomo-uomo, il raccon­to della perdita di umanità, ho pianto.

Soprattutto, però, ho pianto perché chi picchiava, in quella scuola, era lo Sta­to. E l'unico che avrebbe potuto salvare quelle decine di donne e uomini, ragaz­zi, anziani, giornalisti, era lo stesso Sta­to che li stava picchiando. Mentre si guarda Diaz dentro di sé ci si rende con­to che quei disperati non potevano chia­mare aiuto. Nessuno avrebbe potuto far niente, nessuno sarebbe potuto interve­nire. Non i genitori. Non gli avvocati. Non i giudici. Non le manifestazioni di piazza (come ce ne furono). Perché da noi, nelle nostre civiltà occidentali, de­mocratiche e non, lo Stato ha il mono­polio della violenza e quando ha deci­so di usarla cala il segreto e nessuno può fermarlo. Ma per i prigionieri della Diaz e di Bolzaneto, in quei giorni, l'unica dif­ferenza fra lo Stato e una banda crimi­nale armata erano le mostrine sulle spal­le dei poliziotti.

Si dice che durante il G8 di Genova la democrazia e lo Stato di diritto «sono stati sospesi». Ad osservare bene, però, questa «sospensione» non è veramente un imprevisto. Il sistema democratico non è stato completamente messo in gi­nocchio e nemmeno il concetto di Stato di diritto è saltato. Sia la democrazia, sia lo Stato di diritto sono sistemi ben coscienti che al loro interno qualcosa potrebbe andare storto e subito si ado­perano per riassorbire le rotture. E in­fatti l'opinione pubblica e i giudici han­no rimesso ordine, ricucendo lo strappo e denunciando (come lo stesso film di Vicari benissimo fa) i fatti di Genova co­me qualcosa che non ha da ripetersi.

Questo però non può bastarci. Forse ba­sta alla politica di tutti i giorni, quella per cui si discute delle piccole cose, per cui si cerca di trovare sempre il buon compromesso, senza tanti litigi. Forse basta a coloro per cui i «mai più» sono sempre solo una speranza più che una ricerca di certezza. Forse basta a tutti coloro che si rinchiudono nella filosofia e nei sistemi ideali. Ma non può basta­re a noi se vogliamo ragionare concre­tamente sul sistema sociale in cui vivia­mo, guardando i fatti duri e crudi. E i fatti indicano purtroppo che c'è qualcu­no, identificato con lo Stato, che nessu­no può controllare. Da destra a sinistra, dai liberisti ai comunisti, passando da ciellini e liberi muratori, tutti vogliono che lo Stato controlli più o meno forte­mente la società. Per fare questo danno allo Stato il monopolio della violenza. Ma chi controlla lo Stato?

Ogni volta che si cerca di rispondere a questa domanda si entra in un circolo vizioso: lo Stato è controllato dai giudi­ci, dal governo, dalle commissioni di vi­gilanza, dal parlamento. Alla fine si ar­riva sempre a dire che è il popolo a con­trollare lo Stato. Ma chi controlla che il popolo abbia tutte le informazioni ne­cessarie per controllare bene? Siamo si­curi che il popolo sappia sempre con­trollare bene? E se c'è una grande solle­vazione popolare contro la polizia (quindi contro lo Stato), chi controlla quale dei due abbia ragione? È il popo­lo stesso che deve autocontrollarsi?

Risposte a questi quesiti nei programmi dei partiti politici non se ne trovano. Nes­suno si chiede «chi controlla i controllo­ri?», tutti si accontentano della demo­crazia, dei suoi rappresentanti eletti e del fatto che lo Stato ha il monopolio della violenza, appiattendosi sull'idea di Winston Churchill che disse: «La de­mocrazia è la peggior forma di governo, eccezion fatta per tutte quelle altre for­me che si sono sperimentate finora».

Guardando Diaz, vedendo in faccia il lato oscuro del nostro sistema, vedendo il terrore dei prigionieri innocenti di fronte allo Stato, di fronte alle sue mo­strine, dobbiamo aprire gli occhi e dar­ci una nuova carica. Non possiamo fer­marci, dobbiamo continuare a cercare, provare ad andare oltre Churchill. Dob­biamo studiare la nostra storia e i pa­radossi della nostra società. Dobbiamo esplorare, inseguire nuovi sistemi che siano ancora meglio dello Stato, della democrazia e del monopolio della vio­lenza. Altrimenti Diaz sarà solo l'imma­gine sbiadita di una speranza, e la de­mocrazia potrà tranquillamente venir «sospesa» di nuovo.

Filippo Contarini, giurista

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Articolo pubblicato sul CdT del 13 luglio 2012

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