La dannazione del giovane socialista
12 maggio 2013 alle 2:13

Il giovane politico di sinistra vive un conflitto abbastanza devastante: è sconvolto dalle disuguaglianze sociali, ma appena mette piede nel torbido mondo delle ideologie viene travolto dall’onda lunga del marxismo. Lucido e brillante, la sua statua dorata fa bella mostra di sé nell’autoproclamato olimpo della scientificità. Il messaggio immanente del politico marxista, che ti guarda con aria di sufficienza, è chiaro: “tu, povero stolto, ricordati che il resto è fuffa”.

Poi ci si imbatte in passaggi tipo: “la sinistra avrebbe dovuto riconoscere che l’autonomia delle imprese e la concorrenza sono un elemento di dinamismo economico, fonte di efficienza e dunque condizione necessaria dello sviluppo” (documento vittorioso al V° congresso ordinario del PSA, 1986). Io sono piccolo, anagraficamente parlando, il mio conflitto in fondo è stato vissuto da tanti altri prima di me, tanti ne hanno discusso, tanti ne hanno dedicato la vita studiando. Tanti con i loro sforzi intellettuali hanno già elaborato linee guida per un mondo migliore. Perfino i puri e duri del PSA, quelli che insomma hanno preso le redini del PS che conosco io, anche loro si sono confrontati con questi problemi. E anche loro avevano qualche buon marxista che li guardava, con la statua dorata nello sfondo a fare qualche occhiolino ammiccante.

Ma sono così sbagliato, io, a non amare Marx?

Ho dei dubbi, delle incertezze. Anzitutto: cosa voglio ottenere facendo politica? E poi: perché il marxista mi guarda con quello sguardo di sufficienza? Penso così male? Sono così bestia? “Individualista!” sembra dirmi con quell’occhietto vispo e distruttivo. Sono veramente l’amico del padrone, quello che in realtà non vuole cambiare niente, quello dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Sono così immorale?

Domande devastanti, come dicevo, costruite dai marxisti per farti sentire antropologicamente diverso, loro che hanno un lessico sicuro, determinato, rigido e coerente, quasi a tenute stagne. Durissima entrarci, ancor più dura

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uscirne. Là, sulla torretta d’avorio a guardare gli altri randagi politici, che si azzuffano senza capire che fanno il gioco del padrone. Ma sarà vero?

D’altronde a ben vedere i comunisti in Russia iniziarono con il botto, facendo subito una bella carestia. In Cina raddoppiarono, da loro però durò tre anni. Qualche milionata di oppositori politici morti qua e là, qualche guerra ben calibrata. Sistema giudiziario non imparziale. Pena di morte. Stato di emergenza. Industrializzazione irrispettosa per l’ambiente. Armi atomiche. Invasione di regioni dissidenti. Le loro costituzioni erano rigidamente marxiste, proletarie, rivoluzionarie, la dittatura del proletariato, lo statalismo, i piani quinquennali. Eppure il livello distruttivo è stato pari a quello borghese.

Il comunista nostrano invece è sempre là, ti guarda con quell’occhietto, sbuffa perché non capisci. “Formazione politica di base” era il loro floppy che ditribuivano quando ero al liceo. Lessi i documenti, non ce n’era uno che mi convincesse. Il materialismo dialettico, insomma! Le classi, due! Sempre nella Storia, due classi, i padroni e gli sfruttati, quelli in mezzo tutti porci, quanto i padroni. Struttura e sovrastruttura, come fai a non capire! È la somma dei rapporti di produzione, questo condiziona la vita di tutti, è inevitabile e si sa già dove si finirà, palla di cristallo docet. Bisogna estremizzare la contraddizione, ti dicono, creare la società capitalistica perfetta! (“È per questo che in Russia e in Cina non capivano un cazzo, diamine, come fai a non capire!” Comunque Lenin un drago eh.) E poi boooom rivoluzione, gli sfruttati al potere. Classe dirigente nuova, ma buona, sta con gli operai lei, mica come i padroni. I soldi tutti allo Stato, stipendi tutti uguali, basta privilegi, basta ricchi che trattano la tua vita come fosse merda. Basta con la speculazione, lo Stato non specula! Il capitalismo è contraddittorio, sostengono: si aumenta la produttività, ma il saggio tende a diminuire, e i lavoratori sono i poveri imbecilli che ci rimangono sfruttati, no?! Ti han detto che in teoria nello Stato non sono sfruttati, lì l’aumento di produttività non è necessario per aumentare il saggio. E se lo Stato gioca a sti giochini del saggio allora è uno stato capitalista, point, schluss.

E intanto il tarlo continua a ronzarmi attorno: ma come, è tutto così lineare, così perfetto. Lavoro, il capitale del padrone mi sfrutta, il padrone mi sfrutta. Lo Stato invece non mi sfrutta. O sì? Eccolo il dannatissimo tarlo. Torna e ritorna, non smette di tornare. Esattamente come l’occhiettino del marxista.

Ma lo Stato è un casino, tesoro! Siamo noi tutti, ti raccontano, ma diviso in correnti politiche e quindi solo una parte mi corrisponde, un’altra corrisponde a te. E accidenti quanto si litiga fra correnti, pur di fare uno sgarbo a uno rischia che un’intera sezione statale vada a ramengo. Lavoriamo tutti assieme per lo stesso obbiettivo ragassi! Quale obiettivo? Quello del segretario generale o quello del presidente? O quello dell’entità grigia fuori dal palazzo? Ma no, quello del popolo, ti dicono, il presidente e il segretario non hanno interessi, quelli ce li hanno solo i padroni, ti dicono. E alla fine lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è altrettanto atroce, non ci puoi fare molto, han tolto i soldi e ci han messo il potere. Hanno mistificato il ruolo del denaro, l’hanno connotato in modo negativo, lo hanno personalizzato ed ecco il crac. Non si specula più denaro su denaro, ma la speculazione sui rapporti sociali rimane, accidenti se rimane.

Anche gli esseri umani sono un casino, tesoro! Hanno un sacco di aspettative, un sacco di pretese. Il potere è una brutta bestia. Lo ho guardato in faccia, sai? Ho guardato in faccia l’esacerbazione intellettuale di chi pur di arrivare in alto sosteneva idee e sostenendolo stava esattamente agendo contro la stessa idea che stava sostenendo. No money in palio, solo potere. Perché non sono mica solo i soldi il problema della convivenza umana. Struttura-sovrastruttura dei miei stivali, la società è un sistema complesso che non dipende solo dai rapporti produttivi. L’assenza di senso pretende dei sistemi che ci aiutino a ritrovarci. Fortuna? Sfortuna? Di sicuro c’è bisogno di uno sforzo di analisi in più.

E poi diciamocelo bene, ma alla fine cosa vuole Marx? “Ognuno secondo le sue possibilità, ognuno secondo i suoi bisogni”. Ma che diamine vuol dire? È un frase ontologicamente inutile, tautologia allo stato puro. O allo Stato puro, siccome alla fine è lo Stato che decide quali siano i tuoi bisogni e quali le tue possibilità, accettalo e mettici una pietra sopra.

No, non riesco a metterci pietre sopra.

D’altronde nemmeno il PSA lo ha fatto. “Bisogna guidare lo sviluppo economico con strumenti politici che estendano la democrazia e aumentino la giustizia, evitando però i pericoli dello statalismo” (sempre il documento di cui sopra). Ma allora quali sono questi diamine di obiettivi politici da perseguire? Ecco, questa è una domanda interessante.

La felicità? Il benessere? L’uguaglianza? La piena occupazione? La libertà? L’immortalità? La conservazione della specie? La salvezza finale? (no, vabbè, non esageriamo…). Ci sto lavorando, è difficile. Bisogna studiare l’Uomo e il suo modo di relazionarsi con gli altri e con il mondo. Si scoprono testi micidiali. Forte Kant, anche Hegel. E d’altronde Marx li conosceva. Konrad Lorenz non è male. E Popper, l’hai mai letto? Russle e Heidegger ti stendono. Ma Luhmann, ah Luhmann!!!

Ho tante domande, non ho ancora tante risposte. Quelle le si prova a dare stilando un documento politico, senza presunzione di scientificità. Intanto studio, studio tanto, studio altro.

F.C. 12.5.2013

P.S. ecco la definizione di denaro secondo il glossario Luhmann

Denaro: il denaro è un mezzo di comunicazione generalizzato simbolicamente corrispondente alla costellazione di attribuzioni in cui l’agire di Alter viene esperito da Ego. Finché l’agire in questione non riguarda il ricorso a beni scarsi, la cosa non è problematica: Ego, ad esempio, osserva che altri agiscono senza che questo susciti una sua azione: osserva ad esempio che il vicino falcia il prato. Ma nel momento in cui si ha una situazione di scarsità (quando ad esempio la terra da coltivare è scarsa), l’accesso di Alter (il fatto che Alter coltivi un determinato appezzamento) limita la possibilità di accesso di Ego, e diventa allora improbabile che si sia disposti ad esperire senza intervenire.

Si è generato per questo il mezzo di comunicazione della proprietà, con il corrispondente avere/non avere: ciascuno si trova, rispetto ad ogni oggetto che può essere oggetto di proprietà, nell’alternativa di essere proprietario o non proprietario. La qualifica sociale di proprietario comporta la libertà di disporre come si preferisce dei propri beni: ciascuno può fare ciò che preferisce degli oggetti che gli appartengono, e la società garantisce questo diritto. Gli altri, di conseguenza, sono motivati ad accettare nella propria esperienza delle selezioni estremamente specifiche effettuare dal proprietario e a non intervenire anche quando queste selezioni limitano la loro possibilità di disposizione sugli oggetti. Sulla base della proprietà, che consente lo scambio di beni, si ha la prima forma di differenziazione dell’economia.

La piena differenziazione dell’economia richiede però la codificazione secondaria della proprietà attraverso il denaro: la proprietà viene cioè monetarizzata, nel senso che ad ogni oggetto viene attribuito un valore monetario. Il valore positivo (avere) viene allora duplicato ancora una volta, generando il codice pagare/non pagare: si può usare la proprietà del denaro per effettuare pagamenti o per non effettuarli. È ora più probabile che tutti gli altri ad eccezione del proprietario accettino di essere esclusi dal godimento di un bene ed accettino le sue selezioni, in quanto ogni utilizzo del denaro è nel contempo la sua trasmissione ad altri, e quindi di circolazione della proprietà.

La monetarizzazione rende il medium molto più disponibile e condizionabile. Si ha intanto una duplicazione della scarsità: accanto alla scarsità dei beni si ha ora la scarsità del denaro. I beni vengono visti come merci, cioè come corrispondenti di una somma monetaria. Ciò che in primo luogo è scarso è ora il denaro, non le merci (in quanto con il denaro le si potrebbe acquisire). Il denaro non è semplicemente la somma conservata nelle banche, ma l’insieme di tutte le proprietà viste dal punto di vista della loro liquidabilità. Ne consegue tra l’altro un’universalizzazione della scarsità, nel senso che si ha sempre più bisogno di più denaro, mentre si può non aver bisogno di un determinato bene.

Questo è possibile perché il denaro è quantificato: mentre la proprietà è ancora legata alla divisibilità naturale delle cose, il denaro può essere suddiviso e moltiplicato a piacere: si può quindi confrontare ogni possibile bene con ogni altro, in quanto ciascuno ha un prezzo.

Un’economia monetaria può essere del tutto differenziata nei confronti di altri ambiti della società in quanto gli scambi avvengono sulla base di considerazione esclusivamente economiche, senza essere influenzati ad esempio dallo status dei partecipanti. L’economia, inoltre, dispone di un’elevatissima libertà di combinazione, senza vincoli extra-economici e senza vincoli di memoria. I pagamenti in generale, e i prezzi in particolare, sono caratterizzati infatti da un’alta perdita di informazione: chi paga non informa sulla provenienza del denaro, e chi riceve il pagamenti non ha bisogno di spiegare che cosa intende farne. Questo comporta che un sistema orientato ai prezzi può funzionare quasi senza memoria: non ci si ricorda chi e perché ha effettato il pagamento, e chi non ha potuto farlo. Il destinatario è subito libero di utilizzare il denaro per una qualsiasi altra combinazione.

Si ha inflazione del medium denaro quando il denaro non può essere riutilizzato al valore che si era ipotizzato, mentre si ha deflazione quando se ne rifiuta l’accettazione. Il simbolo simbiotico del mezzo di comunicazione dell’economia sono i bisogni corporei degli individui. In un’economia monetaria il concetto di bisogno viene generalizzato e oltrepassa l’ambito della pura sussistenza: oggi comprende tutto ciò a cui può orientarsi la produzione.


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