La competitività di Mario Monti
28 novembre 2011 alle 10:14

Mario Monti, pro­fessore di economia, è un politico chiara­mente schierato a destra. Queste le sue parole al «Corriere della Sera», in un editoriale del 2 gen­naio di quest’anno: «In Italia, data la maggiore influenza avuta dalla cultura marxista e la quasi assenza di una cultura liberale, si è pro­tratta più a lungo, in una parte dell’opi­nione pubblica e della classe dirigente, la priorità data alla rivendicazione idea­le, su basi di istanze etiche, rispetto alla rivendicazione pragmatica, fondata su ciò che può essere ottenuto, anche con durezza ma in modo sostenibile, cioè nel vincolo della competitività».
Ci sono tre parole che in questa frase de­notano la politicità dell’uomo Monti e il tenore ideologico della sua politica per il futuro prossimo: «pragmatica», «sosteni­bile» e «competitività».
Il richiamo al pragmatismo e alla soste­nibilità è il primo strumento che qual­siasi politico usa per scardinare le idee della parte avversa. Tacciando di idea­listiche le idee dell’altro si fanno passare le proprie come le uniche fattibili, orien­tate al lungo periodo, che portano a ri­sultati concreti. Omettendo però di spe­cificare che ogni medaglia ha due lati, che una soluzione efficiente per una par­te può essere molto insoddisfacente per l’altra. Insomma Monti usa i trucchi del­la retorica (e non il rigore della scienza) per giustificare il suo pensiero. È un buon politico.
Notata la politicità, va allora capito il suo orientamento ideologico. Possiamo ben leggere che in tutto il paragrafo ci­tato sopra la parola chiave è competiti­vità. Ora, io non sono un marxista, non sono nemmeno una persona che imper­nia il suo agire politico sulla lotta al ca­pitale, ma qua una critica severa al di­scorso di Monti non può essere sottaciu­ta. Il richiamo programmatico alla com­petitività più che una promessa è un mantra. Una convinzione imperniata nelle menti di giovani e azioni: la ricchez­za si produce solo con la lotta fra i con­correnti. Una nave ideologica questa che ha il vento in poppa in Italia come in Eu­ropa, e purtroppo anche nel nostro pic­colo Ticino, dove la destra economica ha preso 7 seggi su 8 al Consiglio naziona­le. Il loro metro politico e sociale è il me­ro conflitto fra le persone che dovrebbe­ro voler ottenere più degli altri, tutte, co­sti quel che costi (questa è la competiti­vità). La competitività come chiave di volta, come risposta ai problemi sociali; la competitività al risuono dell’antico «ognuno per sé, Dio per tutti»; la compe­titività come una via rigeneratrice. Se sei competitivo, e quindi non ti adagi sugli allori, sei un vincente. Se non ti sforzi di abbattere gli altri sei un perdente. Pen­sare di imporre una visione di questo ti­po porta però insicurezza, invidia socia­le, sentimento di ingiustizia per chi par­te sapendo che perderà. E soprattutto por­ta uno spreco immane di risorse. Non so­lo perché nella pura competizione chi perde se ne rimane con le pive nel sacco, senza poter mettere a frutto i suoi inve­stimenti. Ma anche perché la competiti­vità porta a ignorare gli effetti negativi che possono riversarsi su coloro che alla «gara» non partecipano. Chi è in com­petizione, infatti, di principio si disinte­ressa di tutto il resto.
Questo programma politico è sbagliato. Ciò che bisogna rimettere al centro delle nostre rivendicazioni e che negli ultimi vent’anni è andato inesorabilmente per­so dev’essere la solidarietà attiva. Una solidarietà che prenda spunto dalla con­sapevolezza delle capacità che ognuno di noi ha nei diversi ambiti della vita so­ciale. Una solidarietà che pretenda da ognuno la considerazione per gli altri concittadini e che metta al centro l’aiu­to mutuale piuttosto che la sfida recipro­ca. Non è un segreto: volenti o nolenti nella società chi ha più capacità è av­vantaggiato rispetto agli altri; ma qua va inserito il messaggio etico positivo e attivo (e non quindi quello distruttivo di Monti): i più bravi e privilegiati invece di restare indifferenti o addirittura cal­pestarli, aiutino tutti gli altri a stare me­glio. Posso capire che queste parole sem­brano solo noiosa teoria etica e politica. Ma non è così. La crisi del 2008, ovvero la causa dei nostri dolori odierni, era gui­data da una visione ben chiara, domi­nata da un’unica parola: la competiti­vità. Non ricadiamo negli stessi errori.

Filippo Contarini, giurista

pubblicato sul Corriere del Ticino il 25 novembre 2011


Categoria: news, rassegna stampa
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2 risposte a “La competitività di Mario Monti”

  1. Adrem ha detto:

    Bravo Contarini, almeno per metà. Sono d’accordo sulla sostanza critica del messaggio, ma la pars construens – soprattutto con l’inquietante retrogusto risentito e antimeritocratico dell’osservazione «chi ha più capacità è avvantaggiato» – non lascia intravedere grandi ricette. L’imprenditorialità non è per forza un male, soprattutto quando è rispettosa del territorio e valorizza le conoscenze pratiche; si tratta però di un valore che da noi gode di poca visibilità, e che una certa Sinistra – facendo proprie letture che la fanno coincidere con la giustamente deprecata «competitività» – non contribuisce certo a promuovere.
    Non sono un partigiano delle idee di Ayn Rand, e non faccio parte dei super fortunati, ma quando sento appelli a tassare (o tartassare, come avviene in Italia) chi produce ricchezza non riesco a non simpatizzare per il piano di John Galt.

    • Filippo Contarini ha detto:

      Caro Oliver,
      ti ringrazio per avermi fatto conoscere Johnm Galt, dovrò leggermi qualcosa su di lui.

      Il retrogusto antimeritocratico penso che possa essere un ottimo gusto in un palato diverso. Ti spiego il mio pensiero (senza fare filosofia dei più alti livelli, anche perchè ho visto che ci sai fare e io non ne sarei all’altezza) con una metafora modificata da un’altra metafora sentita nella campagna elettorale di Nicola Pini.
      Lui diceva: io voglio che alla partenza ci siano corridori che hanno tutti le scarpette in ordine, la posizione uguale, il controllo antidpoing fatto. Poi però gli lascio fare la loro gara, vinca il migliore.

      Ecco, secondo me una gara in cui si sa già che, nonostente le condizioni di partenza siano simili per i partecipanti, un partecipante (a causa di una sua particolerità interna) non avrà mai la possibilità di vincerla, beh, quella gara non va corsa.
      E se proprio bisogna correrla, allora bisogna demitizzare (mi hai sentito già usare questa parola e me la sentirai usare spesso) la struttura della gara stessa, essere trasparenti, far notare che c’è chi parte monco. E decidere cosa si vuole farne, con una presa a carico delle conseguenze.

      No, la competitività (e la meritocrazia) non può essere la panacea di tutti i mali. Io sono uno dei primi che vive la meritocrazia come uno strumento socialmente utile in senso benthamiano. Come dici tu, l’imprenditorialità può (può!) valorizzare le conoscenze pratiche. Ma da qua a elevare la sfida all’altro per assurgere al successo a scopo simbolico del nostro vivere sociale ce ne passa di strada sotto i ponti.

      Io non so chi sia una certa sinistra, so che c’è una sinistra di cui non condivido le analisi storiche, sociali ed economiche. Una cosa a fronte di ciò posso garantire: non penso che bisogna aggredire chi produce ricchezza. Quello che mi chiedo è però: cui prodest la produzione di ricchezza? Perchè se uno produce ricchezza a suo utile eslcusivo e nel contempo mi tratta in modo indegno chi l’aiuta a produrla non avrà il mio sostegno.

      Sto preparando una articolo sul tema. Provocatorio, ma non caustico come sai fare tu. mi dirai.

      Cari saluti
      Filippo

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