Il Quinto Stato: fra reddito di cittadinanza, mutualismo e autonomia collettiva
20 gennaio 2014 alle 1:10

“Il Quinto Stato è un’attitudine, o capacità pratica”. È una condizione sociale che si è radicata nel lavoro indipendente, nell’auto-impresa, nel lavoro autonomo, nel precariato, nella partita IVA, nei contratti atipici, nel tirocinio. Non è ceto medio, né classe operaia, né imprenditoria di sé stessi, il Quinto Stato sono piuttosto coloro che vendono solo capitale umano, ovvero la propria singolarità.

Giuseppe Allegri e Roberto Ciccarelli, autori del libro Il Quinto Stato. Perché il lavoro indipendente è il nostro futuro. Precari, autonomi, free lance per una nuova società. (Ponte alle Grazie – Salani, Milano 2013), ci avvertono: “La condizione universale operosa degli esseri umani non può essere limitata alla mera esecuzione di una mansione lavorativa, come accadeva nel Quarto Stato, o al possesso di uno specifico contratto di lavoro, come invece accade nell’epoca della precarietà”.

240 pagine per descrivere la loro visione, suddivise in 23 capitoletti, si inizia con i numeri sul lavoro, quindi si passa attraverso la filosofia e la Storia (di cui qui riferirò meno), per arrivare infine alle pratiche dell’oggi, quelle che attestano una vitalità non più nascondibile del Quinto Stato. Vitalità e operosità nonostante tutto rifiutate dagli apparati e dalle ideologie ufficiali.

Il libro è insomma nella sua interezza prima di tutto la ricerca di un ascolto vero da parte del lettore e della società, la richiesta di andare oltre le idee preconcette per aprire gli occhi ed osservare da vicino quello che sta succedendo (primariamente) nel mondo del lavoro in Italia e in Europa tutta. Quello che tocca oggi, ad esempio, decine di migliaia di giovani che non vengono più fatti entrare stabilmente nella vecchia macchina del lavoro subordinato.

A dipendenza delle letture politico-sociali che si adottano, a dipendenza degli occhiali con cui guardiamo la società che ci sta attorno, possiamo vedere la società in classi – i padroni contro i lavoratori subordinati – in ceti, in status, in sistemi e via dicendo. Gli autori propongono di leggere il Quinto Stato in maniera più fluida, cercando una trasversalità e individuandola principalmente nella condizione chiamata apolidia integrata (da a-polis, senza città, senza Stato). L’apolide integrato è il “rompicapo della cittadinanza contemporanea”, è colui che “non si ritrova più nelle rappresentanze parlamentari, sindacali o imprenditoriali”.

Come detto, gli autori ritrovano questa condizione oggi nel lavoro indipendente, ovvero nel 23% e più degli occupati in Italia, parliamo di milioni e milioni di persone. Una tipologia di lavoratori reietti, che non vedono riconosciuta la loro esistenza ad esempio nella previdenza professionale, che vivono uno Stato sociale disegnato attorno al lavoratore subordinato e sindacalizzato, non da ultimo a causa di scelte ideologiche riferibili a più di un secolo fa.

Lo chiamano Quinto Stato, ma in realtà è proprio la condizione di Stato a mancare a questa enorme fetta di popolazione che non si identifica in particolari riti, forme, diritti, modelli sociali. Ciononostante è utile parlare di Quinto Stato, il concetto è stato affrontato varie volte nell’ultimo secolo e mezzo in romanzi e saggi, con ottiche però quasi sempre diverse da quella proposta da Allegri e Ciccarelli. Questo soprattutto perché i due autori si pongono su una linea ideologica chiara: anticapitalista, antirazzista, femminista e di sinistra alternativa.

Il precario, il lavoratore autonomo, il free-lance, il creativo (ma non il libero professionista, si faccia bene attenzione), sono in genere socialmente dipinti come poveri o comunque come parassiti, plebaglia, topi nel formaggio, comunque stigmatizzati. L’intero libro è concepito attorno al bisogno di cambiare questa visione, anche e semplicemente perché il lavoro dipendente a tempo indeterminato sta sparendo dalla struttura economica italiana ed europea. Le cause sono economiche e soprattutto tecnologiche, il lavoro grazie alle macchine sta cambiando volto, il vecchio lavoro industriale fordista e post-fordista non c’è più. Ora c’è altro, e ciò che rimane dell’organizzazione di una volta, quella che però ha dato anche forma allo Stato sociale,  non è più in grado di assorbire tutti coloro che sono costretti a lavorare per vivere.

Dal punto di vista politico sappiamo che nella Storia europea con la rivoluzione francese vinse il cosiddetto Terzo Stato, la borghesia, che impose un’uguaglianza necessariamente formale e una visione dell’uomo in tutto e per tutto simile al ricco e libero imprenditore. Questa impostazione, nonostante le rivoluzioni sociali che  hanno dato consapevolezza sociale, il welfare e le tutele dei lavoratori, vale ancora oggi. “Viviamo in una società paradossale, costruita sui valori del ceto medio”, dove ognuno dev’essere imprenditore di sé stesso, ma l’unica possibilità di emanciparsi è possedere un reddito accumulabile e un patrimonio di rapporti personali. Il merito si sa conta poco e l’importanza di un’alta istruzione viene costantemente relativizzata.

Capire cosa sia il Quinto Stato, invero, non è semplice. Durante tutto il libro gli autori si sforzano di rappresentare questa condizione fluida, causata dall’eterogeneità dei suoi componenti. Un esercizio talvolta confuso, siccome non potendo basarsi sulla comune divisione in ceti o in classi richiede uno sforzo di astrazione maggiore. Una generalizzazione (p.e. “gli operai”) non è infatti possibile, tanto divergono le condizioni di vita e di lavoro e di chi ne fa parte. Possiamo in ogni caso dire che il Quinto Stato non è composto da benestanti, né da garantiti. Anzi, diciamo che è composto da gente operosa, la cui attività non viene però in genere riconosciuta appieno e la cui condizione alla fine è servile, siccome vengono combinate “scarse opportunità, redditi bassi, flessibilità massima, costi contributivi elevati e un welfare assente”.

Come rimediare a questa condizione? Per Allegri e Ciccarelli la risposta è chiara: bisogna rifondare il vivere sociale attraverso il mutualismo.

Non è un’idea nuova (se ne parlava già nell’Ottocento), il mutualismo nacque come alternativa alla Chiesa e allo Stato liberale, in un periodo in cui il proletariato ancora non era organizzato. Vigeva una cultura dell’associazionismo diffuso e l’auto-organizzazione era vissuta come una garanzia della propria indipendenza, e proprio per questo era pure trasversale. Legato al pagamento di una quota, il mutualismo permetteva di ottenere in cambio previdenza, servizi, habitus, il tutto ispirato alla solidarietà dei soci. Certo, il conflitto era immanente: autonomia dei soci contro necessità regolativa della comunità. Ma non fu questo conflitto a falcidiare il mutualismo, quanto piuttosto furono la necessità di controllo dello Stato e l’avanzata di sindacalismo e partiti socialisti, che vollero generalizzare i conflitti di classe.

Perché il mutualismo sarebbe di nuovo interessante? Perché per molti aspetti la società di oggi è tornata indietro di 150 anni, sostengono gli autori. E se le associazioni di mutuo soccorso sono state a lungo considerate solo un residuo del passato, oggi possono rivivere come possibilità di cooperazione fra coloro che non hanno più un posto quali cittadini garantiti e che non saranno salvati né dallo Stato, né dal mercato. Le possibilità sono molte. Se da un lato ci sono le società mutuali storiche che sostengono sempre più soci ad esempio in ambito sanitario, dall’altro si possono immaginare nuovi tipi di organizzazione alternativa del lavoro, della città, del sistema economico in genere.

In questo senso le proposte del libro sono molto concrete. Gli autori non si vergognano ad affrontare il cosiddetto “capitalismo collaborativo” (coop capitalism), ovvero un sistema economico dove la collaborazione è sì alla ricerca di profitto, ma si basa sulla responsabilità sociale e sulla cooperazione creativa tra i lavoratori della conoscenza, sostenuto da una rete sociale che condivide le stesse risorse. Si parla quindi anche di job sharing, marchi responsabili, sistemi open source, crowdfunding, tutela dei beni comuni e via dicendo, facendo sì che il successo di un’impresa  equivalga al successo di una comunità tutta. È chiaro: come evitare di cadere nell’imbuto dell’accumulazione? Sta probabilmente nel senso che si dà a queste attività, dove la ricerca di autonomia del singolo si lega allo sviluppo di un’impresa collettiva e al servizio che dà alla comunità.

Altro spunto interessante è il coworking, ovvero il lavoro organizzato in spazi comuni in cui gli indipendenti svolgono il loro lavoro, ma condividono attrezzature, servizi ed esperienze. Si tratta di sistemi integrati che spesso lavorano pure nell’avanguardia tecnologica, ma che non sono contemplati né dello Stato, né del mercato. Ciononostante garantiscono flessibilità e una rete di sostegno ampia, dove la territorialità, l’intergenerazionalità e l’autoformazione assumono un nuovo valore e la vita operosa degli autonomi viene riconosciuta anche in senso collettivo.

Vi è infine un’analisi approfondita del ruolo della città e delle opportunità di mutualismo. In questo senso si parla da un lato delle smart city (città eco-compatibili, connesse a internet gratuitamente, autosufficienti e con una gestione alternativa del traffico). Dall’altro si affronta invece di petto la questione della cittadinanza e della organizzazione comunitaria, dove la cooperazione non segue più i crismi della solidarietà classista, ma si orienta piuttosto alla “solidarietà civile tra eguali e diseguali” proprio là dove è massima la frammentazione delle identità dei lavoratori e dei profili professionali.

Si tratta, è chiaro, di sviluppare razionalità alternative e vivere la vita comunitaria in modo democraticamente più diretto, che possa accogliere anche sfrattati, precari e indigenti. Si tratta anche qui di auto-organizzazione e per questo gli autori vedono di buon occhio le occupazioni di spazi pubblici urbani che possano tornare a servire un uso civico per la cittadinanza. Togliendoli quindi dalle mani della speculazione e di un’urbanizzazione basata sulla finzione che la società sia composta solo da una borghesia standardizzata.

Oltre a queste proposte il libro accenna vagamente ad un’altra possibilità, secondo me ancora più esplosiva e di sicuro meno silenziosa rispetto a queste vie alternative del quotidiano: si tratta del reddito di cittadinanza. A differenza delle attività sopra descritte, che si inseriscono in un’ottica di tendenziale esclusione dello Stato dall’organizzazione della vita dei lavoratori autonomi e cooperanti, il reddito di cittadinanza è uno strumento che necessita esattamente lo Stato in tutta la sua estensione per essere applicato efficacemente. Valido come forma universalistica di protezione, per essere inserito nell’ottica della difesa dell’autonomia personale non deve imporre nuovi obblighi lavorativi a coloro che ne beneficiano. L’idea in sostanza è quella che lo Stato garantisca un reddito mensile a tutti i cittadini beneficiari sufficiente per non dover lavorare e comunque vivere una vita dignitosa. Una forma di sostegno di questo tipo rimetterebbe esattamente il lavoro al centro, perché in definitiva i cittadini potrebbero decidere di non mettersi più a disposizione, se non con retribuzioni degne, per lavori alienanti.

La proposte, come abbiamo visto, sono molte. La vera difficoltà per gli autori rimane in tutto ciò comunque la possibilità vera di creare una coscienza comune ai partecipanti del Quinto Stato. Un tentativo politico è stato recentemente portato da Beppe Grillo, che però non aveva la visione mutualistica che propongono Allegri e Ciccarelli.

L’afflato positivo e, me lo si permetta di ribadire, profondamente di sinistra dei due autori si scosta notevolmente da qualsiasi proposta politica attualmente alla ribalta, perlomeno così è in Italia. I problemi però hanno ormai dimensioni colossali, l’esclusione dei lavoratori da una visione di lavoro stabile, garantito e coperto da sufficiente previdenza aumenta di giorno in giorno. Questo libro è quindi più che una semplice presentazione di una situazione. Si confrontano con concetti quali l’amore, la razionalità, la coesione sociale. Risposte semplici non ne danno e, anzi, talvolta frenano loro stessi dall’entusiasmo, asserendo ad esempio che “la risposta a queste domande non può che essere provvisoria”.

È giusto. Il dramma corre, ma è necessario sviluppare dei laboratori che possano dare qualche certezza in più sulle tante questioni aperte. È in particolare importante capire dove sta il confine tra l’idealismo e la realtà pratica. In particolare ai processi di esclusione deve essere data una lente specifica. Lo Stato è sì probabilmente stato un modo subdolo per i privilegiati di perpetuare la loro posizione dominande, ma è pur vero che ha nel suo progetto un’inclusione. Così pure le società mutualistiche dovrebbero essere illimitate, ovvero poter accogliere tutti. Ma come lo Stato ha fallito nella sua proposta di generalità e astrattezza, così pure bisogna capire dove stanno i limiti di questi modelli cooperativi proposti. È necessario sottoporsi insomma ad una profonda autocritica per individuare le rigidità delle proprie soluzioni e poter continuare così il convincente cammino che viene proposto per prepararci al futuro.

F.C. 20.1.2014

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Categoria: proposte
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