Il mio alfabeto luganese: M
5 aprile 2013 alle 0:49

Molino Nuovo: in questa lunghissima campagna elettorale per Lugano, sovraesposta mediaticamente e personalmente, si è spesso parlato di periferie fisiche, soprattutto dei nuovi quartieri di valle. Ci sono però anche le periferie sociali, ovvero quei quartieri poco considerati dal discorso pubblico, dove la vita è un po’ meno ricca e un po’ meno sotto i riflettori rispetto al centro, nonostante non sia ancora fisicamente fuori. Un esempio di questa periferia è Molino Nuovo. Nell’immaginario collettivo è il quartiere che ha subito pesantemente la speculazione edilizia, che ha visto le etnie mescolarsi, che ha vissuto momenti di disagio e che accoglie gli strati più popolari della città. Ma queste affermazioni sono vere solo a metà se non le si accompagna con un’analisi del tessuto urbano e produttivo di questa zona, che ancora 80 fa vedeva la sede degli scout AGET aprirsi su verdi pascoli, paesaggi bucolici. Oggi venendo da sud vi troviamo subito l’università (già ospedale e poi sede della fondazione Aligi Sassu) e la piazza, con al centro la fontana del compianto compagno Tita Carloni. Il bar Oops, il Biblio-café TRAl’altro, il Canvetto luganese e il living room sono luoghi che segnano il ritmo della giornata culinaria e serale di giovani, spesso e volentieri orientati a sinistra. La discoteca WKND (già Morandi e 1000 altri nomi) è un po’ più da fighetti e sta pure a Molino Nuovo. Nel quartiere troviamo il palazzone della Polizia, l’enorme casa anziani Casa Serena, due istituti giovanili (Casa primavera e l’Istituto Vanoni), l’enorme scuola elementare di Molino Nuovo e le scuole della Gerra. Per rimanere in tema di giovani troviamo inoltre il complesso sportivo di campi da calcio, hockey su prato, pista d’atletica, skate park, campi da basket. C’è il terreno per il circo (usato anche per i megaschermi durante i mondiali). C’è il cimitero e sopra l’ospedale con il cardicentro, che funge pure da clinica universitaria. Da poco han costruito il centro di calcolo assieme al Politecnico di Zurigo e giusto accanto ci sono i pompieri della città. Un po’ dappertutto ci sono fenomenali complessi di edilizia popolare, molti dei quali recuperati grazie a giusti investimenti di mantenimento della storia urbana di Lugano. C’è però spazio anche per l’architettura moderna, con l’interessante casa rotonda del Botta. Troviamo nel quartiere la sede della Croce Rossa, la Caritas, il dicastero Giovani e come già accennato il Canvetto, che funge da importante opera di sostegno sociale. A Molino nuovo c’è il Mizar, un palazzo ipermoderno che ora è vuoto e che fino a ieri faceva da sede per un’azienda di sicurezza informatica bancaria, un gioiello, ma anche il modernissimo palazzo L, anch’esso particolarmente securizzato. La biblioteca universitaria, la casa dello studente, il CISA (conservatorio internazionale di scienze audiovisive) e il CSIA (centro scolastico per le industrie artistiche) ribadiscono la vocazione giovanile del quartiere. Il commercio si basa su piccole imprese (come le chiavi Galli p.e.), negozi di automobili, garage, un po’ di uffici, bar qua e là, alcuni supermercati, un qualche ristorante (tra cui l’ottimo Grotto Grillo). Infine troviamo la zona di Castausio, quartiere chic, un po’ collinare, dove molti notabili della città decidono di piazzarsi per godere della vicinanza della città e di un po’ di tranquillità. Il traffico lascia libero metà quartiere, ma uccide l’altra metà scorrendo sull’asse di via Bagutti che porta fuori dal centro, ora più di prima a causa dell’apertura della galleria Vedeggio-Cassarate. Una lista enorme di realtà molto importanti per una cittadina come Lugano. Molino Nuovo a guardarla bene da periferia sociale potrebbe quasi sembrare un cuore pulsante della città, sebbene questa sua vocazione sia nascosta dal discorso ufficiale. Certo, ci sono problemi strutturali: la piazza non svolge il ruolo di centro aggregativo, manca un Autosilo, mancano le corsie ciclabili, mancano alcune strutture strategiche che possano spostare un po’ il baricentro cittadino. Probabilmente il problema veramente centrale è l’assetto viario, vittima anch’esso del disordine pianificatorio causato dalla bocciatura della legge urbanistica cantonale del 1968 e dalla poca lungimiranza dei seguenti municipali cittadini. Cosa possiamo dire con tutto ciò? Penso che alcune zone dimenticate dal’immaginario collettivo della nostra città chiedano molta più attenzione politica di quanta ne sia stata data fino ad adesso. Zone in cui una forte presenza del discorso sociale e solidaristico, come quello portato avanti dal Partito Socialista, probabilmente troverebbe ampio consenso! E riuscirebbe senza dubbio a garantire una nuova e migliore qualità di vita a molti dei suoi abitanti. (5 aprile 2013)

Luganograd: mi sono spesso chiesto come sarebbe stata Lugano se fosse stat govenata dai rossi. Poi mi sono guardato intorno e ho notato che sono varie le città europee ben funzionanti con una municipalità socialista. Oggi o nel recente passato Berlino, Parigi, Londra, Zurigo solo per fae alcuni esempi hanno o hanno conosciuto ottimi amministratori di sinistra. Un bell’esempio è una cittadina che ho visitato recentemente, rossa da tempo immemore vista la forte presenza di operai nell’Ottocento: Gent (Belgio). La città nei decenni ha fatto varie cose: – mantenuto il tessuto architettonico, stratificando con la modernità senza abbattere quello che c’era sotto; – pedonalizzato o quartierizzato tutto il centro; – garantito la presenza dei tram in tutta la città; – mantenuto e incentivato bar e ristoranti in centro; – mantenuto la piazza con il mercato quotidiano; – concesso la possibilità di avere discoteche e bar con musica alta in centro; – tenuto bassi i prezzi dei biglietti per i monumenti e per le attrazioni turistiche; – innovato architettonicamente, anche osando, in luoghi pubblici; – creato zone verdi; – valorizzato i fiumi e comunque ostacolato l’uso di auto; – garantito la sicurezza cittadina senza mettere telecamere; – mantenuto pulita la città; – passato un messaggio di solidarietà fra cittadini e nel contempo di apertura cordiale al turista; – aperto musei diventati di importanza nazionale; – sviluppato una vita universitaria giovanile e di prestigio; – … . Certo, c’è un millennio di importante storia dietro che non va ignorato, per cui alcuni imponenti monumenti sono impareggiabili. Ma quando si arriva in città si vede immediatamente che la violenta speculazione che ha colpito dagli anni ’70 qui non è arivata, come non è arivata la chiusura a riccio funzionale del centro cittadino. Gent sembra aver superato indenne quella fase storica della destra anti-stato, anti-società e anti-bellezza. A Lugano invece negli ultimi 40 anni c’era una maggioranza di destra liberale. Una realtà interessante come quella di Gent ce la possiamo pure scordare… (17 marzo 2013)

Il Nano: Anche io, come ogni persona che abbia fatto politica in questo cantone, ho dovuto incontrare Giuliano Bignasca una volta. Senza il Nano non avrei mai iniziato la battaglia sugli assessori giurati. E quindi non so dove sarei ora senza aver incontrato il Nano. Non me ne vergogno, la politica non è fatta solo di contro. Sui temi si possono “trovare anche convergenze interessanti” (cit. M.B.). Andò così: Ares ed io eravamo convinti che eliminare gli assessori giurati sarebbe stato un errore per la popolazione ticinese. Abbiamo deciso di inoltrare una petizione alla commissione della legislazione del parlamento cantonale, poi avremmo dovuto contattare i partiti per far sì che qualcuno ci desse ascolto. Io avrei dovuto contattare i compagni e vedere che aria tirava. Lui doveva contattare gli amici pipidini e i liberali. Insieme avremmo dovuto contattare la lega e in particolare il nostro amico Bobo, a cui ora va il mio pensiero più sincero. Lui, che ancora non aveva preso la drastica strada del 10 minuti, decise di metterci la faccia per noi. La cosa in fondo era win-win: noi sapevamo che senza l’accordo di una parte di ogni partito non ce l’avremmo mai potuta fare, a lui il tema sembrò intrigante e dopo aver avuto l’ok dal padre volle intervenire in Gran Consiglio. Nonostante la distanza ideologica gliene sarò sempre grato. Andammo a proporre la nostra idea a tutti. Io trovai un discreto consenso nella base del PS, dove giurati popolari increduli mi spronavano ad andare avanti. Ai piani alti invece erano parecchio scettici, e infatti persi miseramente al comitato cantonale. Ares trovò gli amici freddini, alcuni liberali invece erano entusiasti dell’idea. Ma nemmeno lui ebbe chances. È la democrazia. Bobo lo andammo a trovare in via Monte Boglia e là conobbi il Nano. Mi scioccò subito una cosa: era disposto ad ascoltare, senza nemmeno conoscermi. Mi impressionò molto. Era un po’ rude, non voleva sentire i miei motivi sociologici sull’opportunità o meno di avere le giurie. Io le volevo per rendere i processi e le pene più umane, lui per rendere i giudizi più rigidi. Io sapevo che avevo ragione, c’era la scienza criminologica dalla mia, lui mantenne la sua opinione. Tanto meglio. Alla fine la lega fu l’unica a sostenerci alla prima tornata. Ce ne fu poi una seconda, alcuni socialisti presero a cuore le nostre posizioni, alcuni radicali anche, i pipidini si astennero, la lega senza Bobo vide alcune defezioni, perdemmo, ma i numeri eran cambiati. Si andò in votazione popolare costituzionale, l’abbiam vinta. L’esperienza di via Monte Boglia mi aveva toccato molto. Proprio mentre stavo là era arrivata una donna. Era evidentemente una straniera. Cercava lavoro, come donna delle pulizie mi sembra. Lui era accondiscendente e le disse di lasciargli i suoi dati. Poi arrivarono Quadri e Attilio. C’erano le foto dei due fratelli sulla parete: i Bignasca hanno letteralmente costruito cattedrali nel deserto. Io non lo sapevo, sapevo solo che faceva il palazzinaro a Lugano. E fu così che capii che forse la Lega era un attimino più complessa di quel che pensavo, perlomeno perché il suo padre-padrone-finanziatore era una persona complessa. Vidi un Bignasca diverso da come me lo ero immaginato. Chiesi conferme, vari compagni me le diedero: tutti in città sapevano che il Nano era un uomo pronto ad ascoltare ed aprire il portafoglio, anche per l’Africa. Me lo chiesi subito, più volte: ma lo fa per opportunismo o perché ci crede? E mi chiesi sempre: ma perché allora permette certe oscenità sul suo giornale? Sì, perché il mio giudizio politico sul Nano non lascia appelli: è stato cattivo con alcune persone, nonostante sapesse quanto la politica può far male; ha insultato le donne con messaggi machisti medievali; ha permesso l’infiltrazione dei ciellini; è venuto a patti con l’ultra-destra; si è fatto interprete di messaggi razzisti; ha rotto i ponti con Berna; ha creato delle derive scioviniste pericolose e tendenzialmente violente; ha attaccato il sistema, ma ha avvicinato Banca Stato e si è fatto garantire i debiti; ha messo al Consiglio Nazionale quella che gli faceva da revisore delle sue società; ha messo il suo uomo al dipartimento del territorio per 20 anni senza che il traffico ticinese sia migliorato (e ricordiamoci che il primo numero del mattino era proprio contro il traffico!); non è andato in televisione ad affrontare alcuni temi scomodi e abbandonava la sala quando vedeva che non aveva più l’attenzione su di sé; ha fatto amicizia con la lega lombarda, gruppo razzista e infiltrato dalla mafia; ha difeso un regime economico corporativista azzoppando i sindacati; ha creato un giornale personale, facendolo diventare giornale di partito, sostenendo ipocritamente che le due cose erano staccate; ha attaccato i giudici, destabilizzando la convivenza civile di questo Cantone. Eppure la sua identità di padrone della lega nell’immaginario popolare non era associata al suo modo di essere uomo. Nessuno vedeva completamente “il Nano” come “la lega”. Bignasca era visto come una persona che “usava” l’idea lega per dire cose che molti ticinesi ritenevano “giuste” e “scomode” e che gli altri partiti non avrebbero permesso di dire. Sì, anche la politica è una cosa complessa, e gli avversari politici questa lettura di base non sono mai riusciti ad accettarla. Per il poco che ho potuto capire, vedere, leggere in questi anni, il Nano riusciva a tastare il polso alla gente e la gente questo glielo riconosceva. E, nonostante la rozzezza, l’ipocrisia e la malignità, su alcune trovate era realmente geniale, va detto, e probabilmente per questo la sua figura non veniva associata al messaggio del suo giornale. Ora il Nano non è più. È un ricordo, personale per alcuni, politico per altri, indelebile per molti. Sarà indelebile per molte persone trattate a pesci in faccia dal suo giornale e dal suo partito, persone che si son viste augurare la morte, che hanno pianto a causa sua. Come del resto sarà indelebile per tutti quei compagni di sinistra che hanno usato il mattino negli anni per bastonare l’avversario interno per interposta persona, nascondendosi dietro a un velo di impunità nonostante sapessero benissimo cosa facevano. Ma Bignasca lo sapeva: tutti prima o poi sarebbero passati da lui, perché sapeva che in politica da soli non si va da nessuna parte. Alcuni lo usarono come trenino, altri semplicemente come compartecipante del terreno politico. Lui si lasciava usare: sapeva che chi collaborava con lui aveva già fatto il pateracchio e l’alleanza in tempi addietro, il Ticino non era un cantone vergine, questo è segreto di pulcinella. Non credo a un aldilà, non credo che la gente riposi quando muore. Vedo solo che c’è un ricordo. Io Bignasca me lo ricordo così: un politico che ha saputo ascoltare e vedere cose che altri hanno ignorato, ma nel contempo un politico che ha permesso che venissero sdoganati insopportabili messaggi razzisti. Come persona non l’ho conosciuto, spero sia stato buono. (8 marzo 2013)

Hotel: stavolta avrei volentieri iniziato con la parola Hockey, ma si è talmente detto e scritto sulle infelici parole dei verdi che è meglio concentrarsi su problemi più reali di questa bella città. Il turismo per esempio. Secondo varie statistiche Lugano è la città svizzera più accogliente per gli … anziani! Per l’amor del cielo, gli anziani hanno una loro dignità e si permettono volentieri qualche lusso. Ma siamo sicuri che sia il turismo che più preferiamo? O meglio: siamo sicuri che ci basti quello? Io sono convinto di no, il Ticino è famoso in tutta la Svizzera per i suoi paesaggi e la sua carica storica, nonchè per la sua latinità che per gli svizzeri tedeschi significa fascino e scoperta. Aver vissuto qualche anno a Lucerna mi ha permesso di capire una cosa: in dentro c’è bisogno di Ticino! E, aggiungo io, di Lugano! Lavorare sul turismo giovanile, magari svizzero tedesco, significa oltretutto permettere anche ai giovani della città di vivere meglio, non bisogna dimenticarlo. Di sicuro i vari festival (Buskers, Estiva, Blues) sono importantissimi. Come lo sono i vari Park and Read piuttosto che le cooperazioni con la Posta e con la Coop, che quest’estate hanno organizzato delle interessanti cacce al tesoro. Ecco, concretamente il turismo giovanile per me significa questo: turismo interattivo! Lugano si è espansa tantissimo e ora sul suo suolo ci sono delle bellezze spettacolari (il parco San Grato, la vetta del Bre, le cantine di Gandria, solo per fare alcuni esempi). Si dovrebbe ora lavorare su quello che manca per garantire questo turismo interattivo in questa cornice spettacolare, ovvero un’infrastruttura adeguata (ad esempio piste ciclabili e cartelli informativi in tutta la regione, importantissimi e lacunosissimi, anche lavorando con gli altri comuni) e una base legale concertata anche su questi bisogni (allentando un po’ le regole e trovando nel contempo delle ompensazioni per chi si sente disturbato dall’inevitabile casino che fanno i giovani). Di certo una cosa: i giovani svizzeri tedeschi si aspettano da noi cordialità e simpatia. Sta a noi luganesi ruscire a dargliela, con la politica, ma anche nella realtà di tutti i giorni! (28 febbraio 2012)

Giovanna (Masoni): Sorella della Marina cantonale (quella dei soldi per le scuole private, del mandato a Stinca e della fondazione di famiglia per pagar meno tasse, per intenderci), Giovanna Masoni è la Municipale luganese non di sinistra più amata dalla base della sinistra. Membro del consiglio di amministrazione della Banca del Ceresio, è membro pure di notevoli fondazioni culturali cittadine e non, tra cui la Aligi Sassu (che è uno dei miei artisti preferiti) e la Hermann Hesse. Donna che stimo profondamente, la Masoni è impegnata anche per la cultura di Lugano. È in prima linea per la creazione del nuovo centro culturale e congressuale LAC e ho potuto osservarla all’azione in varie iniziative culturali interessanti (l’inaugurazione della scultura per Kafka, p.e.). Pare però che, oltre a stimarla come donna politica, una parte sostanziosa della sinistra cittadina riverserà una caterva di preferenziali verso la “Giovanna comunale” con la velata intenzione di rompere le uova nel paniere al Giorgio e al Marco. Da osservatore esterno (e quindi libero da tutto e da tutti) dico con pacatezza e risolutezza: che errore! Se infatti è assolutamente vero che avere Giovanna Masoni come municipale è importante per creare un dialogo a sinistra, è anche assolutamente vero che lei non sta facendo la campagna per il sindacato. Lei sta facendo una campagna di “responsabilità” e ha impostato tutto sulla riflessione, l’affrontare la crisi con il dialogo fra (alcune) parti sociali, la continuità della politica culturale cittadina. Insomma una campagna che le permetta di consolidare le posizioni e avere l’autorevolezza necessaria per giocare un trienno forte. Non so se qualcuno se ne è accorto, ma Giorgio Giudici, sornione negli ultimi anni, sta dimostrando di essere una macchina da guerra elettorale. Siccome essere sindaco-architetto di una città devastata dalla speculazione non dà fastidio ai luganesi (!), penso che dopo alcune settimane di campagna sia chiaro che Borradori non abbia la benché minima chanche di batterlo. Soprattutto non ne ha dopo le fregnacce dette dal Nano negli ultimi giorni. Se la Masoni avesse voluto il sindacato avrebbe attaccato Giudici, si sarebbe smarcata. E invece è là, buona buona a mangiare il risotto con lui a carnevale. D’altronde all’assemblea PLR lei ha votato per Giudici candidato sindaco. Ancora qualche dubbio? (25 febbraio 2012)

Foce (Studio): spostato il Metrò-CISA da Molino Nuovo a Cassarate, i giovinotti luganesi hanno adesso una sala concerti vicina al centro che non dia fastidio a nessuno. Chapeau al Comune, bella idea: gli han dato un nome nuovo, musica nuova ospitando anche band importanti, una raggiungibilità nuova! La sala fa parte di un edificio costruito proprio perché si potesse utilizzare anche per altri concerti più tranquilli dedicati a tutta la popolazione e in ogni caso per altre manifestazioni, proprio là di fianco c’è inoltre il teatro Foce-Agorateca e la Scuola di Musica Moderna. Un concept urbano vincente, che rende il posto osannato e venerato da tutti in città, una storia di successo. Appena aperta, la sala è finita sotto attacco di alcuni politici per il prezzo dei biglietti per vedere i piccoli gruppi: sono aumentati di 2 franchi per tutta la serata, ora costan 7… Devo esser sincero: quei due franchi non mi scandalizzano quando un sacco di giovani alla sera son disposti a spenderne 15 o più per tre birre! Le critiche da fare son ben altre, non bisogna sempre e solo pensar ai soldi: lo Studio Foce, diciamolo, da veder da fuori è un bell’oggetto, ma dentro ci sono delle pecche paurose! Il guardaroba è minuscolo ed è ingestibile appena c’è un po’ più di gente; il bar è irraggiungibile e si crea subito davanti una massa umana anche un po’ pericolosa; l’acustica appena si alza la musica fa esplodere i timpani (e infatti molta più gente del normale chiede i tappi al guardaroba); per andare ai bagni bisogna passare dall’esterno ed è sempre un casino, sopratutto quando piove. Insomma, il dicastero nonostante il bel progetto dovrà lavorare parecchio per sistemare questi gravi errori che ha fatto! Penso comunque che ora più che mai vada ampliato l’orizzonte di questa bell’idea del divertimento vicino al lago: bisognerebbe continuare la progettazione iniziata con il rinaturamento del Parco Ciani e creare un mega parco che vada oltre il Cassarate, prendendo il Lido, la Società della Navigazione e la Lanchetta. Oltre, chiaramente, ad abbattere il Palacongressi. (24 febbraio 2013)

Elemosina: Le banche luganesi han accolto i soldi sporchi di mezzo mondo per decenni, la destra si è presa tutto e più di tutto, lasciando le briciole ai lavoratori e bloccando qualsiasi organizzazione sindacale. Ora scopriamo che il resto del mondo vuole indietro i suoi soldi. Soldi che cominciano a mancare nelle casse cittadine. Le tasse non si possono alzare, perché chi ha lautamente mangiato ora minaccia di andarsene. La città dovrà risparmiare, verrà prima toccata la cultura, poi gli investimenti nella mobilità pubblica, poi sarà il turno delle prestazioni sociali. Tutto ciò ha una certa linearità con l’elemosina. Essa è una tipica usanza religiosa, in genere è ciò che si dà alle persone povere. La parola è di derivazione greca, ἐλεέω, significa “avere pietà” (Treccani) e simboleggia un affettuoso dolore: mi sento male perché tu stai male, potremmo dire. Per i cristiani l’elemosina è simbolo di carità, ovvero l’amore che unisce l’uomo a un altro uomo e per questo a dio. È insomma un simbolo di condivisione con l’altro, che è in una condizione impari. Chi dà l’elemosina dà qualcosa al povero, tenendosi chiaramente gran parte di ciò che ha per sé. Nella sua bontà, l’elemosina rimane quindi solo un gentile scarico di responsabilità. Il legame con il programma politico dominante dei partiti di destra di questa città è palese. Loro non vogliono portare nessuno a una condizione di uguaglianza, loro vogliono gente buona e docile, con il loro salario mensile pronti a implorare per averne altri soldi appena qualcosa va storto. La destra dice più meritocrazia, ma se non ti comporti come un automa anche se sei bravo ti licenziano. La destra vuole più flessibilità sul lavoro, ma se non ti pieghi ai loro diktat col cavolo che ti assumono. La destra difende la concorrenza fiscale, ma le tasse diminuiscono solo per chi ha azioni, terreni e mega bonus, mica per gli altri. A queste condizioni nessuna riforma è possibile, difendono le loro posizioni, conservano le disuguaglianze. Non so come mai, ma la gente non scende dal MIRTILLO. Non riconosce che appoggiare la destra significa accettare sempre e solo un’elemosina, un contentino. E intanto i lauti guadagni restano in pance già piene. Non è contro la ricchezza che la sinistra lotta, nè tantomento contro la creazione della ricchezza (per esempio, le università pubbliche con i soldi pubblici investono miliardi nella ricerca sul cervello, creando sapere, ricchezza, benessere e valore aggiunto). Quello per cui lottiamo la distribuzione equa di questa ricchezza. Mentra a destra si pappano tutto! Facendo poi l’elemosina… (29 gennaio 2013)

Daiquiri: rum bianco, lime e sciroppo di zucchero. Il Mojito è invece rum, zucchero di canna, lime, menta, seltz. Il primo si shakera, il secondo invece si pesta e poi si aggiungono rum e seltz. Ecco, se c’è una cosa tipica a Lugano è pestare il Mojito. Un bar che finalmente valorizza il lungolago e che dà ai giovani quell’aria giovane alla città di cui c’è tanto bisogno da quando il quartiere Maghetti è stato disintegrato manu militari. Ma il Mojito è una “bestia strana” perchè è un’operazione iper-pragmatica che va contro tutti i dogmi politici sbandierati dai partiti. I giovani

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volevano “divertimento” in centro, lo Stato gliel’ha dato, nel contempo senza rompere le balle agli inquilini dei quartieri buoni del centro, ma rompendo le balle agli esercenti di mezza città. Esercenti che però han poco da dire, perchè con le entrate del Mojito si pagano parte degli eventi che fan arrivare concittadini e turisti, che riversano i loro soldi proprio a loro. La sinistra deve riflettere profondamente sul Mojito e capire cosa sia questa “bestia strana”. E devono fare attenzione a come ne parlano, perchè quando Masoni e Mariolini han accennato una critica son state prontamente messe in croce dal Mattino (il 16 ottobre scorso). Il problema è che non è nei canoni socialisti avere un mercato in cui gioca anche lo Stato contro i privati, nè è nei suoi canoni offrire alcoolici ai giovani. Ma soprattutto non è nei suoi canoni avere un luogo in cui il lavoro giovanile ha mera funzione occupazionale e poco orientata all’educazione. Ma allora che fare per uscire da quest’impasse? Questa la mia proposta, che spero qualcuno voglia analizzare e controbattere: il Mojito potrebbe essere dato in gestione a un’associazione giovanile. In pratica si potrebbe pensare a un concorso a cui possano partecipare associazioni di giovani con dei progetti. Si dà poi mandato di gestione per un mese a testa alle prime tre associazioni classificate. i membri delle associazioni, invece di essere dipendenti della città e fare solo le loro 4 ore alla sera, devono contribuire a portare avanti un team autogestito e quindi responsabilizzarsi nella conduzione dell’attività. Lo scopo delle associazioni chiaramente non può essere lucrativo, ma educativo, per cui i proventi (una volta pagati i salari) sono vincolati. Una parte va al comune, sottoforma di tassa d’uso del Mojito. Gli incassi del comune però non possono andare oltre quella tassa. La parte restante dei proventi è vincolata a un’attività (p.e. culturale) dell’associazione dedicata ai giovani. Se invece l’associazione va in perdita viene esclusa (diciamo per un anno) dalla partecipazione al concorso. Nè liberismo à la Pamini, nè concorrenza municipale à la Bertini, insomma. Ma apprendimento della cogestione giovanile sul lungolago, come del resto fanno in luoghi ben più avanti di noi (vedi Rote Fabrik a Zurigo). (25 gennaio 2013)

Clero: c’era una volta a Lugano un dominio liberale-massonico. Affaristi, certo, ma in cuor loro con un po’ di ideali. Marcare il territorio e far sapere che in città il vescovo aveva poco da dire. Era parte del loro dna, loro, discendenti di quei liberali ottocenteschi. Poi è arrivata la lega. La lega è il partito del signore. Non solo perchè ha un presidente a vita. Ma anche e soprattutto perchè è il partito che ha sdoganato gruppi religiosi potenti (comunione e liberazione in primis, ma non dimentichiamo l’opus dei) all’interno di fasce borghesi che mai avrebbero accettato di avere a che fare con gli “oregiatt”. Iniziando con il municipale Salvadè due decenni fa e passando per la candidatura Morisoli nel 2011 (che infatti ha provocato le dimissioni del manganello di Biasca), oggi notiamo l’assalto ai dicasteri gestiti dal Nano. Non facciamo fatica a crederlo: la chiesa gioca con i suoi gruppi fideistici ruoli strategici all’interno del partito di via Monte Boglia. A questo si associa un dettaglio fatto notare da pochi: il Corriere del Ticino è completamente in mano al PPD e recentemente si è pure pappato il Giornale del Popolo. Quindi quello che tanti considerano il giornale liberale per eccellenza funziona in realtà con dinamiche leggermente diverse (ricordarsi: è l’editore che comanda…). Chi deciderà, insomma, chi sarà il nuovo vescovo? A questo si sommano altre chicche. Ad esempio il proprietario del palazzo che corre lungo il cassarate, il Consigliere di Stato dimessosi per una multa, è oggi compagno di Affari della Marina cantonale (assieme si son presi la Basler Zeitung). Orbene, lei, figlia di grandi massoni, che si mette in combutta con il “grande vecchio” PPD? E la sorella, che ne pensa di tutto questo? Un altro esempio è il nuovo partito drena-voti a destra, AreaLiberale, che di sicuro non sbatterà la porta in faccia ai fideisti, dato che il suo creatore e regista è pure membro della stessa Comunione e Liberazione di cui fa parte un tal Formigoni in Italia. Morisoli che, buon politico, ricordo qua una volta in più era assistente personale della Marina in governo. I liberali dicono che vogliono far ancora 3 municipali. Chances non ne hanno molte, anche se il Sindaco è ancor più macchina da voti del Marco. Quante saranno però le concessioni da fare al clero per ottenere questo obiettivo, considerando che esso ha nella lega già un alleato affidabilissimo? (24 gennaio 2013)

Balmelli: un nome che, nel suo piccolo, cerca di mantere come pochi altri una Lugano dei luganesi. Senza nascondersi dietro società finanziarie con nomi altisonanti, i Balmelli han diversificato e investito in quello che meglio san fare: vendere in centro. Mettendoci il proprio nome e la propria storia. Se Lugano è di per sè una città zombie (morta per definizione, ma ogni tanto si sveglia e propone qualche bell’appuntamento) la filiera della vendita cittadina è ormai un’industria vaporizzata. Ognidove chiudono negozi e attività locali e aprono catene multinazionali, ormai girare in centro a Colonia o in centro a Lugano si trovano gli stessi negozi. Utilità? Turisti possi come il pane di una settimana fa che si affrettano a comprare quel che trovano in qualsiasi altro posto del mondo. Valore aggiunto: zero. A questo si associa la totale incapacità dell’attuale amministrazione liberal-leghista di dare un po’ di identità alla nostra città, incentivando e sostenendo le industrie luganesi. I locali in centro vengono affittati a prezzi allucinanti, cosicchè solamente aziende fasulle indebitate fino al collo come le griffes internazionali possano entrarci. Se a questo sommiamo che la vita serale è disintegrata e che svariati palazzi del centro son mezzi vuoti perchè un sacco di indipendenti ha chiuso l’ufficio, ecco servito un quadretto per cui sarà necessario avere acora più prospettiva che con il PVP. Bertini qui ha scritto un articolo su questo problema. Auguro anche a lui, come a Jelmini, di trovare un po’ più di coraggio nell’affrontare questo problema che, lo ribadisco, è figlio di una gestione cittadina liberal-leghista particolarmente miope. (23 gennaio 2013)

Amici: è il modo in cui si chiamano fra di loro i PPDini (tra socialisti invece si dice compagni). Amicizia se ne vede ben poca, siccome si stan facendo la guerra pro-Jelmini/contra-Jelmini(e-quindi-con-Denti). In particolare sembra che la presidenza e il partito abbian fatto quadrato attorno al Municipale in carica e chiunque sia mai stato in un partito sa cosa significhi mettersi contro il quadrato: altro che amicizia! Personalmente penso che Jelmini, che si è beccato la Peppa Tencia (PVP), si stia impegnando per quello che può. Va sostenuto in questo lavoro che ha iniziato, ma deve dimostrarsi più coraggioso. Il PVP è il punto elettorale più scottante di cui ci si dovrà occupare, ho tanti amici che voteranno solo chi condannerà pubblicamente il PVP. Io che non sono candidato posso parlarne più liberamente. E lo ribadisco: il blocco del centro non è causato dal PVP, ma è semplicemente la conseguenza della chiusura della viuzza che collega piazza Manzoni al lungolago (si chiama via degli Albrizzi, mi sembra). Questa chiusura ha praticamente pedonalizzato via della Posta e via Magatti e quindi mezzo centro città, è la prima picconata di una possibile chiusura del lungolago in futuro. Il PVP, quindi, è solo una conseguenza data da questa decisione capitale di chiusura degli accessi al lago. Più che PVP bisognerebbe chiamarlo anche lui LAC (Lago Ai Cittadini). Cosa fare ora? Le possibilità son due: o si riapre quel viottolino o si affronta il problema con visione meno naïf rispetto ad oggi. Si pedonalizzi allora il centro in modo ancora più deciso e si investano milioni (MILIONI) nei mezzi pubblici, così da diventare finalmente una città mittel-europea (progetto politico decennale delle forze di sinistra) e non più una città mediterranea del sud (come invece vorrebbe la lega.) Ci vuole coraggio politico, ne saranno capaci gli Amici? (F.C. 22 gennaio 2013)

C’è una gran moda a Lugano: l’alfabeto elettorale! Come funziona: si prende una lettera dell’alfabeto, si trova una parola o un nome che inizia con quella lettera e ci si ricama sopra un pensiero politico (ogni tanto un po’ acido, in buono stile ticinese). Io non abito a Lugano da un paio d’anni e a partire da febbraio lavorerò all’estero. Però mi sento alcune cosucce da dire, potete commentarle poi in FB! Iniziamo 😀


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