I Rosselli e le luganighette
30 marzo 2013 alle 16:40

A Bellinzona nel 2012 abbiamo assistito a un bell’exploit politico. Ma possiamo dire con tristezza e realismo che in tutto il resto del cantone il PS ha perso pezzi importanti della sua forza politica. Incapace di trasmettere messaggi propositivi, schiacciato da messaggi di nazionalismo economico, la sua mancanza di visione sui temi forti lo ha fatto sprofondare. Abbiamo perso municipali in tantissimi Comuni, perso un consigliere al Nazionale, perso svariati Granconsiglieri, ma soprattutto abbiamo lasciato da parte i giovani.

Certo, tutta la sinistra ticinese si trova in uno stato confusionale abbastanza impressionante (pure i partiti dell’altra sinistra hanno perso grandi porzioni del loro consenso), ma è il PS ad avere responsabilità di governo. Ed è il PS che dovrebbe riuscire a dare un’idea profonda di speranza sociale. Come hanno fatto altrove negli ultimi anni: in Francia i socialisti vincono, in Germania idem, in Italia il centro-sinistra ha numericamente battuto il centro-destra (sebbene ci sia ancora un bel casino), nella Svizzera tedesca e francese i socialisti hanno tutto sommato fatto segnare dei progressi. Perché in Ticino siam calimeri?

Come dicevo, ognuno di noi dovrebbe interrogarsi. Io qui cerco di farlo pubblicamente secondo il principio di trasparenza, esprimendo la mia libera opinione. Cerco di dare spunti di riflessione, senza presunzione di correttezza.

Secondo me i socialisti han due problemi principali che li frenano nella loro “creazione di speranze”: manca analisi e c’è un malcelato poltronismo. La prima vorrei discuterla adesso, il poltronimso in un secondo momento.

La società è un coagulo di comunicazione estremamente complesso. Per dare speranza, per dire dove potremmo andare per essere felici oggi e domani, bisogna capire prima di tutto chi siamo, come popolazione. Una cosa molto negativa di molti socialisti è che pensano di sapere sempre meglio degli altri come sta “la gente”, basandosi però solo su astratte costruzioni ideali. Si calano poco, secondo me, nei meandri dei fatti. È chiaro: sapere tutto di tutti è, ovviamente, impossibile. Ma la gente ha paure e gioie, ha problemi collettivi e piccoli o grandi drammi individuali, si può cercare di sapere almeno come sta gran parte di loro. Come?

Da un lato c’è la vecchia e efficace “ricerca sul campo”: bar, circoli, associazioni, scuole, serate. Le grigliate di paese sono un posto fenomenale, tra una luganighetta e l’altra si capiscono umori e perplessità, si vedono le persone stringersi in comunità, i piccoli conflitti, le aspettative. Un lavoro di osservazione lungo e faticoso, che prende tempo e energie, ma che dà un’idea parecchio effettiva dell’umanità attorno a noi. Dall’altro lato ci sono i freddi numeri. Io sono un fan dei numeri, perché se sono rilevati bene “cantano” che è una meraviglia. Mostrano un sacco di cose, tipo: quanti credenti ci sono, quante persone partecipano alla maratona cittadina nei vari anni, quali sono i salari mediani per fascia lavorativa, quante microparticelle ci sono nell’aria, quali investimenti delle casse pensioni sono andati a ramengo a causa di qualche giochino politico pensato male.

Le luganighette e i numeri sono, secondo me, il punto di partenza della conoscenza politica, perché ci danno un’immagine micro e macro dello stato attuale della nostra realtà sociale. C’è però un Grande Problema: come analizzarli? In genere la politica cerca delle analisi che facciano dire ai fatti le risposte che gli stessi politici vogliono sentirsi dire. Un circolo diabolico insomma. Un bell’esempio di questo modo di fare è quello del filosofo–economista tedesco dell’Ottocento che, dicendo che la sua analisi (il materialismo dialettico) era scientifica e perfetta, ti diceva già come la Storia sarebbe andata a finire. Una bella rivoluzione e via! Grazie: tanto vale farla l’analisi, se sai già prima come va a finire! E d’altronde non sono il primo a dirlo, già i due antifascisti fratelli Rosselli dubitavano di questo modo di fare analisi.

Ma forse ora più che mai, nella nostra nuova realtà iperconnessa  della Rete, bisogna abbandonare i grandi miti e avvicinarsi di più alla scienza, quella vera. Bisogna cambiare registro e chiedersi se l’analisi delle luganighe e dei numeri non debba seguire strade moderne. Foucault, Chomsky, Russel, Habermas, Bourdieu, Luhmann, Keynes, Kindleberger, solo per citare alcuni (e quanti altri ce ne sono!) intellettuali della modernità che han provato questa grande sfida dell’analisi scevra da ideologia preconfezionata. Noi, piccoli creatori di speranze, possiamo solo umilmente chiederci quali metodi potremmo usare a nostra volta, capire se sono criticabili e capire infine se c’è spazio per dare il nostro contributo.

Questo nel PS manca. Manca voglia di approfondire altro, manca la voglia di battere nuove strade intellettuali, rischiando anche di sbagliarsi e dover tornare indietro per prendere altri sentieri. Manca la voglia di affrontare un’analisi nuova. Concetti assurdi come struttura e sovrastruttura valgono quali uniche stelle polari, la gigantografia di Carlo rimane là,  ben appesa a controllare che le riunioni del partito si svolgano ordinatamente, come voleva lui, predeterminate. Come se l’unico modo di creare speranza fosse andare a rivangare nell’Ottocento, sfiduciando in modo totale la capacità contemporanea di creare visioni.

Grazie mille per la fiducia.

F.C., 30.3.2013


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