Altro che domenica, parliamo del cambio!
18 ottobre 2012 alle 14:00

Ormai la moda sembra segnata: non c’è più politico ticinese che non esca con un artico­letto sulle aperture domenicali. La de­legazione parla­mentare a Berna è tutta indaffarata su questo tema. Addirittura il vescovo ha voluto dire la sua.

Tutti a guardare il dito insomma, quando meglio fareb­bero a guardare la luna: sul mare della tranquillità nostrano è ormai in corso una tempesta che probabilmente il Tici­no non ha mai vissuto in queste pro­porzioni. Il problema più grosso della distribuzione in questo momento non è aprire alla domenica (che oltretutto non necessariamente interessa ai nego­zianti medio-piccoli), ma il cambio franco-euro.

Fateci caso, Lugano dista dalla frontie­ra 8 km, Mendrisio 3 km, Chiasso non ne parliamo, Locarno 9 km. Bellinzona, un po’ più discosta, una trentina di km. Insomma, con pochi franchi di benzina si arriva ai supermercati dove si riem­pie il carrello con la spesa per la setti­mana spendendo la metà (LA METÀ!) rispetto alla Svizzera. Non conta se uno vota socialista o Lega, se non vota del tutto o vota i partiti borghesi: la gente su queste cose si fa guidare dal borsel­lo. E il borsello ci fa vedere un mondo al contrario, in cui le sigarette ormai le si va a comprare in Italia perché costano meno anche quelle – e accettano pure il pagamento in franchi!

La colonna per Ponte Tresa inizia da Agno (in altri tempi iniziava solo da Caslano, e i vari politici sbraitavano anche di più), in piazza c’è la fila per entrare in edicola e al mercato non ci si muove. Tutto a un euro al chilo, zucchi­ne, mele, peperoni. A Ponte Tresa han­no costruito un Bennet colossale con offerte da chiamare l’antitrust. Al Car­refour il prosciutto San Daniele recente­mente in offerta costava 20 franchi al chilo, parliamo di cibo di buona quali­tà! Tutti a guardare il dito che punta sulle aperture domenicali, ma qualcu­no si è accorto che si corre il rischio di dover chiudere i negozi anche per tutti gli altri giorni della settimana? Qualcu­no si è accorto che il cambio del franco con l’euro così basso per le regioni di frontiera come la nostra (e non solo per il turismo!) è drammatico?

È chiaro, tenere una soglia alta fa cor­rere il rischio di inflazione al nostro Paese. Bisogna però smetterla con que­sta ideologia del liberismo e chiedersi: siete sicuri che sia peggio l’inflazione piuttosto che un’ondata di chiusure su tutto il territorio cantonale? Bisogna in­fatti ricordarselo: una volta chiuso un negozio non è facile riaprire, tornare ad avere la clientela, trovare i fondi per il finanziamento iniziale, ecc…

Purtroppo tutto il dibattito sul cambio del franco è letteralmente morto, i de­putati a Berna sono silenti. E come po­trebbero parlare, d’altronde! Se avete notato l’unico partito a chiedere di in­tervenire sul cambio è stato il PS, chia­ramente giustiziato dalla maggioranza parlamentare borghese. Che non ha saputo proporre altro, nemmeno espor­si sull’interessante proposta del prof. Rossi sull’opportunità di mettere una specie di Tobin Tax per rallentare la pressione sulla nostra moneta.

La Lega, che dice di essere il partito della gente, fa la moralista e non pro­pone alternative, dimostrando così che della gente poco le interessa. I liberali, quelli che dicono di spingere per la no­stra economia, hanno fucilato la pro­posta del loro ministro che andava in linea con quella del PS. I conservatori ondeggiano… I democentristi, con i co­munisti inspiegabilmente allineati, vor­rebbero addirittura togliere il limite di 1,20. I verdi fanno una importante cri­tica consumeristica, ma sul cambio più alto non si espongono.

Perché i nostri rappresentanti non ci spiegano in modo convincente come mai il cambio così basso gli va bene? Probabilmente sono troppo indaffarati a guardare il dito…

Filippo Contarini, giurista

Pubblicato sul CdT il 16.10.2012


Categoria: news, rassegna stampa
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